
Ho finito di leggere stanotte “Epepe”. Mentre la prima parte mi ha subito affascinato, via via che leggevo mi è sembrato che la trama svanisse per un finale frettoloso. L’idea è buona: Budai un linguista ungherese – cioè uno studioso delle lingue del mondo – si perde prendendo l’aereo sbagliato e va a finire in un paese sconosciuto. Fin qui niente di strano, può capitare. Solo che il paese è una specie di luogo al di fuori di tutto e tutti, come Alice che capita nel paese delle meraviglie all’inseguimento del Bianconiglio.
L’esperto di tutte le lingue del mondo non capisce l’idioma e la scrittura del luogo e quindi si trova del tutto spiazzato, indifeso, ignorante, alla mercé di un mondo che non riesce a capire.
Non può chiedere informazioni, non può sapere dove si trova, è circondato da una moltitudine apparentemente – e anche realmente – perennemente in movimento. Una folla che preme, che cammina, che corre, che spintona, che fa la fila per ogni cosa, anche la più banale. Una folla che urla cose incomprensibili che è distratta, che letteralmente “se ne frega” del malcapitato caduto come un alieno fra loro.
Nessun codice linguistico conosciuto assomiglia a ciò che sente, il malcapitato è in balia di un mondo inesplorato a cui non può applicare le più banali regole di convivenza.
Epepe è il nome, puramente fittizio o intuito, della bella ascensorista, l’unica persona che apparentemente si degna di considerare il bisogno di capire di Budai. Ma anche lei si rivela difficile da interpretare, e infatti sparisce nel nulla dopo una notte d’amore.
Budai è in balia degli eventi che si susseguono, non capisce, non si sente in sintonia con la gente perennemente in movimento che lo circonda ed è disperato perché non trova una soluzione al suo desiderio di fuggire da un luogo che non accetta.
Il libro è sicuramente la metafora di qualcosa che l’autore Ferenc Karinthy – lui stesso linguista – vuole raccontarci. l’importanza di una lingua comune che permetta agli uomini di interagire tra loro, il caos che può avvenire quando la comunicazione viene interrotta, la confusione non solo linguistica di un mondo incomprensibile.
Gli uomini hanno bisogno di interagire tra loro, non solo per le più elementari esigenze di sopravvivenza ma soprattuto per costruire una comunità, condividere idee e valori, che nel mondo alternativo in cui è capitato Budai sembrano del tutto scomparsi. Anche la battaglia del finale è un assurdo avvenimento in cui amici e nemici si confondono, la violenza è gratuita, senza uno scopo preciso; come divampa così si esaurisce e nel giro di una notte le ferite del combattimento vengono celate, nascoste, ogni cosa sembra tornare miracolosamente al suo posto e la folla continua a fluire ininterrotta come se niente fosse successo.
Il finale, vagamente positivo mi sembra invece affrettato, quasi scritto perché, forse, non c’era più nient da dire, tutto era stato detto, incomprensibile, ma detto.
Epepe è un romanzo che mi ha fatto pensare a come anche noi spesso viviamo in un mondo in cui sembra di parlare una lingua sconosciuta e quanto i nostri sforzi di farci capire spesso si scontrano contro barriere che non sappiamo di trovare sulla nostra strada.
Le guerre, i conflitti, le incomprensioni grandi e piccole, non sono forse dovute a un linguaggio che non permette agli uomini e alle donne di comunicare tra loro? E che lingua parlano i ‘grandi’? Quelli che imboniscono le folle, nei comizi e in rete, nelle grandi adunate di folle indistinte, personaggi che usano la lingua come un’arma impropria.
Un libro che fa riflettere anche se secondo me non è riuscito del tutto a darci una risposta, ma forse è vero che risposte non ce ne sono.
Libro preso in prestito in biblioteca


Una risposta a “Ferenc Karinthy: Epepe”
[…] Epepe – Ferenc Karinthy – Un libro che mi è piaciuto per la sua trama e per il messaggio che voleva veicolare: se non si parla la stessa lingua non si può comunicare, sembra ovvio, ma a volte non è solo la lingua che è diversa. […]