Recupero una riflessione che feci a gennaio del 2019 dopo la visita alla mostra di Marina Abramovi? “TheCleaner” a Palazzo Strozzi.

Come sono quando mi spoglio? Guardo altrove quando tutti i vestiti sono caduti e davanti a me riflesso nello specchio rimane solo il corpo nudo? O l’occhio percorre spietato la superficie della pelle, sale sulle colline non più verdeggianti e scende nei boschetti stentati e inariditi?
Proprio stamattina, sotto il tocco esperto del massaggiatore mi chiedevo cosa passasse sotto le sue dita, cosa sentissero le sue mani, visto che i suoi occhi sono spenti?
Muscoli contratti da distendere, ossa sporgenti da sistemare, tendini irrigiditi da sciogliere o un corpo di donna, con curve e concavità. Io ero rilassata mentre agiva su di me, sapevo che non poteva vedermi e quindi ero vestita della sua cecità che in un certo senso mi proteggeva. Lui non sa chi sono, non può riconoscermi, non può raccontare o svelare perché il suo buio mi protegge.
Il corpo nudo ci fa sentire indifesi, ci fa sentire in balia di ogni pericolo, come quando mi hanno operato e denudato, aperto e richiuso. Benedetta anestesia che mi ha fatto dormire!
Non mi è capitato molte volte di trovarmi nuda davanti ad altre persone, spesso però anche la parziale nudità è sconvolgente come su una spiaggia affollata, una piscina colma di corpi fasciati da tessuti che non lasciano nulla all’immaginazione. È li che mi guardo intorno, con lo sguardo percorro il campionario di corpi per paragonarli al mio, trattengo attorno ai fianchi un asciugamano come a difendere l’ultimo baluardo di una presunta verginità.
Già nello spogliatoio si sente tutto l’imbarazzo di una promiscuità faticosa, da tempo non sono avvezza a frequentare palestre e piscine, e il mio corpo oggi non è più quello di una volta.
Le mie caviglie sono gonfie, diritte, non posseggono più la flessuosità di una ballerina, i polpacci si confondono e spariscono nell’incavo del ginocchio, avendo dimenticato le rotondità potenti delle spinte verso l’alto. Le cosce sono pesanti, raggrinzite da buccia d’arancia che copre la loro superficie, più che gambe da giovane puledra sembrano gambe pronte a diventare prosciutti succulenti, il grasso nasconde i muscoli, e rende la superficie della pelle rugosa. Le natiche cadono verso il basso, niente fa ricordare le mele sode di un tempo, avvezze a saltare a correre a spingere e a contrarsi. I fianchi sono larghi, uno spesso strato di grasso sottocutaneo ancora resiste come un marsupio stretto male in vita, un po’ cascante sopra il cespuglio del sesso.
La vita è un po’ sporgente, davanti, in corrispondenza dello stomaco probabilmente dilatato sul diaframma, mentre dietro sulla schiena, ancora si sporgono le ossa della colonna, a dividere due catene muscolari che percorrono il dorso. Il tronco sostiene le mammelle un po’ tanto cascanti, ancora sode, ma col capezzolo inesorabilmente rivolto verso il basso. Le spalle sono ancora alte, naturalmente portate indietro mi fanno stare eretta, ma le braccia hanno perso tutta la loro forza, magri contenitori di muscoli spariti chissà dove. Pelle dondolante, ballerina malferma, ha lasciato la grazia di un plié in una goffa caduta di stile.
Anche il movimento, la leggerezza di una volta, si sono trasformate in movenze goffe e pesanti, lenti passi prudenti, la figura in generale si è appesantita, da flessuoso virgulto a tubero carnoso.
Non mi posso lamentare, ancora mi reggo in piedi senza sforzo, cammino, salgo qualche gradino, sono in grado di assolvere tutte le funzioni primarie, anzi qualche volta sono io che sostengo chi ha più anni di me o chi è stato/a meno fortunato/a.
Ma questo non fa parte dell’esame del mio corpo nudo, quello che io vedo quando mi asciugo dopo la doccia, avvolta in un asciugamano sempre più grande. E poi chi vede ora il mio corpo? A chi mi espongo senza veli? Quasi nessuno ha questo privilegio.
È successo all’ospedale quando è stato manipolato dalle abili mani del personale medico e infermieristico, succede quando vengo massaggiata e punzecchiata allo studio di agopuntura, è successo l’anno scorso quando mi sono bagnata nella piscina calda in Islanda. Nessun velo, camerino, tenda a proteggere le nudità delle donne nello spogliatoio. Una naturalità che non ho trovato neanche quando sono andata all’Asmana, in cui camerini chiusi a chiave o tende pudiche proteggono l’intimità di donne che si nascondono.
Non ho paura di mostrarmi, sarei anche disposta a frequentare una spiaggia nudista, dove la bellezza del corpo non è una necessità, penso che metterò questo desiderio tra le cose da realizzare prima che arrivi il passaggio. Come quello di farmi un tatuaggio, appena avrò trovato l’immagine che mi rappresenta. Perché il tatuaggio deve essere qualcosa che aggiunge alla mia nudità non un abito, ma una identità.
Quindi qual è la verità che intuisco guardando il mio corpo? La verità del passaggio degli anni, la verità delle cicatrici sulla pelle, quelle che vedo e quelle che non vedo, ogni cicatrice una storia,
All’improvviso ripenso alla visita alla “mostra” – ma mostra è parola giusta? – di Marina Abramovic in cui lo shock della nudità diventa tanto normale da diventare arte con corpi fotografati, filmati, mostrati in reale carnalità da performers che replicano momenti artistici, sempre provocatori, di pulizia – come dice il sottotitolo della mostra -. Non c’è niente di più pulito di un corpo nudo, altra verità che mi balza al pensiero. Non ha bisogno di lavatrice chi vive nudo, solo un secchio d’acqua da gettarsi addosso ogni tanto.


Una risposta a “Il corpo nudo”
[…] Marina Abramovi? è un’artista che mi ha sempre affascinata per le sue idee sull’arte fin da quando l’ho scoperta in una mostra a Palazzo Strozzi a dicembre del ’18. Una mostra che mi stupì molto, mi fece riflettere e di cui ne ho parlato indirettamente qui. […]