
Non avevo mai sentito nominare questo libro di Saramago benché, credo, sia uscito nel 1995, quindi trent’anni fa.
È un libro inquietante, ma non pauroso, perché io rifuggo i libri, i telefilm i film che vanno troppo sulla fantasia, su temi che immaginano realtà futuribili o troppo fantastiche ma che fanno paura. Però questo libro, questa storia mi ha colpito particolarmente perché pur nella sua lontananza dalla realtà racconta una storia che poi qualche anno dopo l’uscita del libro si è quasi avverata. La pandemia che ha colpito il mondo nel 2020 ripercorre anche se alla lontana le vicende che avrebbero potuto succedere.
La popolazione della terra – o solo quella del luogo dove sono ambientate l vicende? – viene colpita in modo inspiegabile dalla perdita della vista, trasformandosi in una folla di ciechi che brancolano nel buio; no, non nel buio ma in un bianco lattiginoso che li avvolge e impedisce di vedere.
Si tratta, in un certo senso, dell’elogio della vista; senza non si diventa che animali indifesi, incapaci di compiere qualsiasi azione, anche la più semplice, anche la più fisiologica come bere, mangiare, ma soprattutto trovare da bere e mangiare.
Se tutti sono ciechi, chi coltiva la terra, chi procura il cibo in una città, che fa andare le centrali necessarie all’elettricità, chi i macchinari per fornire l’acqua?
A poco a poco tutto finisce, le scorte hanno una fine e la lotta alla sopravvivenza è davvero una lotta. «Cecità è vivere in un mondo dove non vi sia più speranza.»
Ogni principio morale, ogni gerarchia viene sconvolta, non esiste più nulla, ognuno è solo di fronte alla luce bianca che lo acceca.
Solo una donna non ha perso la vista; non si sa perché a lei non è toccato il
“mal bianco”, come viene battezzata quella che sembra una malattia incurabile.
È lei che riesce – fingendosi cieca – a seguire il marito nell’isolamento, prima, e poi lo guida assieme a uno sparuto gruppo di sopravvissuti attraverso una città diventata un’apocalisse. A un certo punto dice: «Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono!»
Ognuno cerca di sopravvivere come può saccheggiando negozi, cercando cibo e acqua dove la civiltà normalmente lo conserva, ma non la produce. Anche la pioggia è benedetta.
Si preannuncia la fine dell’umanità, sporca, lacera, affamata e assetata.
Non rivelo quello che succede alla fine della storia, anche se il finale è aperto e presuppone un seguito, ma soprattutto voglio soffermarmi sulle considerazioni morali e sociali che una simile calamità innesca nelle persone.
È nei momenti di crisi che emergono le pulsioni degli uomini – intesi come genere umano – quelle più abiette, ma anche quelle più nobili e – guarda caso – sono le donne che riescono ad avere e a mantenere, anche in momenti terribili, la dignità. È vero, anche loro, e specialmente la protagonista vedente, si macchiano di crimini, ma inspiegabilmente rimangono pulite, devono sopravvivere, ma lo fanno con dignità.

In una società, che in un primo tempo non capisce cosa sta succedendo e cerca di replicarne gli stereotipi, in un mondo in rovina, sono le donne che possono offrire ancora cura e amore. In definitiva vedere non è soltanto avere la vista, ma saper usare
«Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra.»
Libro ascoltato con “Audible” letto da Sergio Rubini.
L’immagine in testa è presa in prestito dal sito: https://gazettedubonton.it/


Una risposta a “Josè Saramago: Cecità”
[…] Cecità – José Saramago – Anche in questo caso un libro con una forte connotazione simbolica, se prima mancava la lingua in questo libro manca la vista. È comunque caos. […]