
Ieri sera sono andata a vedere”La zona d’interesse” e non ci ho capito niente!
Sì è vero sono tonta, sono ignorante e del linguaggio cinematografico non ci capisco un’acca; oltre al superficiale – e mi si perdoni la parola superficiale – messaggio dell’orrore visto con occhi “normali” non sono riuscita a decifrare tutto il paratesto che c’è intorno. Perché sicuramente c’è molto di non detto, di sottinteso, di accennato, di detto in altro modo.
Alcune scene che si alternavano al piccolo “Paradiso in terra” accanto all’Inferno, sono state viste, da me, come misteriose e fuori dal flusso della narrazione. Evidentemente, se c’erano, avranno avuto un significato, avranno avuto uno scopo, avranno avuto un messaggio da trasmettere… oltre a quello della normalità colpevole che pure io ho sentito gravare sulla mia testa.
Colonna sonora inquietante, un sottofondo al nero iniziale e finale che porta diritto a ciò che non vorresti mai sentire. Ho letto che per mixare i suoni Mica Levi, l’autore delle musiche – ma si possono chiamare musiche quelle che fanno da sottofondo alle immagini? – ci ha messo un anno, mescolando suoni cupi e aspri che è come se aprissero le porte dell’oltretomba. Qualcosa di irreale per le nostre orecchie, degno di un film dell’orrore, suoni che mettono brividi gelidi su per la schiena.
Cosa dire poi delle sequenze in negativo, una figura irreale che si muove in un paesaggio notturno – o è solo il negativo che lo rende tale?
Chi sono le figure che circolano nella casa, domestiche o schiave, e cosa succede alla madre della protagonista che sparisce forse non sopportando il sottofondo lugubre a cui non è abituata di un riposo in un giardino che sente estraneo.
Troppi sono i testi che si sovrappongono gli uni agli altri, al superficiale – e mi si perdoni di nuovo la parola superficiale – orrore di sapere che oltre il muro c’è l’infermo troppe cose vengono soprammesse, in tutte le sequenze del film. Anche la fredda lucidità delle riunioni dei gerarchi – quanti Consigli di Amministrazione anche oggi fanno la stessa cosa – che si preoccupano solo di essere efficienti nella fabbrica che hanno realizzato, è straniante e se non ci fossero le divise e i saluti a mano alzata potresti vedere fuori dalle finestre i grattacieli di NewYork.
Alla fine devo dire che non so se è un capolavoro… non sono in grado di giudicare, se in tanti lo dicono, forse lo è, ma la maggioranza ha forse sempre ragione? Io cosa ho visto sullo schermo? Qualcosa di tanto sofisticato che una persona piccola e ignorante come me non è riuscita a cogliere? Allora spiegatemelo per favore, ma non con parole difficili, come quando a scuola avevo bisogno di qualcuno che traducesse l’arte o la poesia. Anche se qui di poesia non c’è proprio niente.
La zona d’interesse film di Jonathan Glazer, con Christian Friedel e Sandra Hüller.

