Nicoletta Polla Mattiot: “Riscoprire il silenzio”

Sono stata piacevolmente sorpresa dell’inserimento tra le tracce della maturità di quest’anno di un testo di Nicoletta Polla Mattiot.

L’accademia del silenzio è una costola della Libera Università Dell’autobiografia, si può dire che l’abbia vista nascere e ho conosciuto Nicoletta ad Anghiari anni fa, quando ancora frequentavo il paesello.
Il silenzio fa parte di me, che non amo la confusione e abito ora, ma anche prima, in una casa che ho sempre definito “acquario”. Spesso mi sento il pesce che osserva il mondo fuori come attraverso un vetro che attutisce tutti i rumori esterni.

Molto spesso gli unici rumori che sento sono gli acufeni che hanno dimora nelle mie orecchie, non è un segreto che mi piace stare in silenzio, ascoltare più che parlare.
Per questo sono stata molto contenta della scelta fatta di inserire un brano del libro di Nicoletta Polla Mattiot. Un libro collettaneo che possiedo e che ho letto tempo fa. Oltre alle parole di Nicoletta Polla Mattiot – che ne è la curatrice – ci sono saggi di altri autori che arricchiscono la trattazione dell’argomento. Credo che sia il primo libro curato da Nicoletta infatti è uscito nel 2004, quando ancora non si parlava di silenzio, non se ne sentiva la necessità. 

Qui il testo proposto ai candidati tratto dall’introduzione, pagg. 16/17

«Concentrarsi sul silenzio significa, in primo luogo, mettere l’attenzione sulla discrezionalità del parlare. Chi sceglie di usare delle parole fa un atto volontario e si assume dunque tutta la responsabilità del rompere il silenzio.
Qualsiasi professionista della comunicazione studia quando è il momento opportuno per spingersi nell’agone verbale: la scelta di «smettere di tacere» è un atto rituale di riconoscimento dell’altro. [ … ] Si parla perché esiste un pubblico, un ascoltatore. Si parla per impostare uno scambio. Per questo lavorare sull’autenticità del silenzio e, in particolare, sul silenzio voluto e deliberatamente scelto, porta una parallela rivalutazione del linguaggio, la sua rifondazione sul terreno della reciprocità. Dal dire come gesto verbale univoco, logorrea autoreferenziale, al dialogo come scambio contrappuntistico di parole e silenzi.
Ma il silenzio è anche pausa che dà vita alla parola. La cesura del flusso ininterrotto, spazio mentale prima che acustico. [ … ] Nell’intercapedine silenziosa che si pone tra una parola e l’altra, germina la possibilità di comprensione. Il pensiero ha bisogno non solo di tempo, ma di spazi e, come il linguaggio, prende forma secondo un ritmo scandito da pieni e vuoti. È questo respiro a renderlo intelligibile e condivisibile con altri.
Il silenzio è poi condizione dell’ascolto. Non soltanto l’ascolto professionale dell’analista (o dell’esaminatore, o del prete-pastore), ma della quotidianità dialogica. Perché esista una conversazione occorre una scansione del dire e tacere, un’alternanza spontanea oppure regolata (come nei talk show o nei dibattiti pubblici), comunque riconosciuta da entrambe le parti. L’arte salottiera e colta dell’intrattenimento verbale riguarda non solo l’acuta scelta dei contenuti, ma la disinvoltura strutturale, l’abile dosaggio di pause accoglienti e pause significanti, intensità di parola e rarefazione, esplicito e sottinteso, attesa e riconoscimento. Si parla «a turno», si tace «a turno
».

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