Carta di identità

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Oggi ho avuto una mattinata intensa, piena di cose da fare, quella più urgente era andare a rinnovare la carta di identità. Ma prima avrei dovuto adempiere al alcuni riti che sono indispensabili prima dell’ufficializzazione della mia persona.

Il primo è stato quello di andare dalla parrucchiera a farmi i capelli, perché non si può farsi immortalare su un documento con i capelli in disordine. Eccomi quindi dall’Anna, fedele custode della mia capigliatura. Ogni tanto fa qualche disastro, ma in linea di massima se la cava e poi mi conosce benissimo e sa come trattare i peli che mi crescono sul cranio. Difficili e ribelli, lisci come spaghetti poco cotti, arricciati a forza, colorati in vari modi a seconda dell’estro del momento.

Esco dal negozio con i ricci fatti e vado a farmi la fotografia che sarà mia compagna fedele per il tempo di validità della carta.

Trovo solo una macchinetta nel sottosuolo del supermercato. Con 5 euro posso fare tutto da sola, un selfie per mano di una macchina che ha il potere di omologare l’immagine che verrà fuori dallo scatto.

Sola dentro la cabina cerco di capire che faccia ho, la macchinetta mi dice di sorridere e poi: 3, 2, 1 clic. Guardo il risultato, mi sono messa anche un filo di rossetto anche se sopra le mie labbra troppo sottili sembra più una ferita che un punto di attrazione.

Primo scatto, no, non mi piace, secondo scatto, nemmeno. Terzo scatto, sono solo tre mi devo decidere a sceglierne uno, in fondo che cosa voglio. Dico tra me e me che non posso pretendere di avere un viso da ragazzina, quest’anno sarà l’ultimo nella decina dei 60, come dice mio nipote sono “anziana”. Scelgo una foto, una vale l’altra ed ho finito. La macchinetta mi dice che le foto sono in stampa, di non dimenticare di prenderle.

Evidentemente c’è qualcuno che se le dimentica. O le rifiuta. E le lascia in balia del primo che arriva dopo di lui.

No la mia faccia è mia e bella o brutta me la porto via.

Di corsa (in macchina) in comune per l’atto ufficiale.

Aspetto, il bigliettino dice, 245. 6 utenti in attesa. Ma tanto si sa che c’è sempre da aspettare quindi mi armo di santa pazienza e mi siedo su una delle seggiole umanamente disposte per signore come me. Un po’ attempate.

Ecco scatta il mio numero, entro e comunico che devo rinnovare la carta di identità.

L’impiegata è carina, gentile, un po’ rotondetta, il che le da una presenza morbida e accogliente. firmo, pago 5 euro e 42 centesimi. Mi chiedo da dove venga una cifra così buffa, avrebbero potuto fare 5,50, risolvendo così il problema dei centesimini da dare di resto ogni volta. Immagino che nel cassetto ne abbiano a quintali. Forse vanno tutti lì, fuori non se ne trova nemmeno uno. Anche al supermercato hanno arrotondato…

L’impiegata mi dice sorridendo che ci vedremo di nuovo fra 10 anni, mi chiedo, e mi accorgo di dirlo a voce alta: “ma ci sarò fra dieci anni?”. È il mio lato pessimista che esce senza volere, fra dieci anni sarò nell’ultimo anno dei 70. Come mi chiamerà mio nipote? Vecchia? Meglio non pensarci.

L’impiegata mi guarda sorridendo e dice: “Sa cosa facciamo signora? Ci diamo appuntamento qui fra 10 anni, mi raccomando cerchiamo di non perderci di vista. Sarà estate, a luglio vado in vacanza, ma se viene qui i primi di agosto mi trova.” E così mi dice che la mia nuova identità sarà valida fino al mio compleanno 29 luglio 2026.

Esco sorridendo,

Ma la mia mattinata non è ancora finita. Lo scopo della carta di identità oltre a quello di avere un documento valido mi serviva anche per rinnovare l’accesso al mio conto BancoPosta. Quindi mi fiondo (sempre in macchina) all’ufficio postale vicino a casa e presento la mia fiammante carta di identità per fare quello che chiamano il “riconoscimento forte”. Whao!! Non sapevo che si chiamasse così, certo se ne impara una ogni giorno.

Mi accorgo che è praticamente mezzogiorno e mi viene una idea geniale. Oggi vado a mangiare con Giuliano. Mi fermo alla Lidl compro due Bretzel per farli assaggiare al bimbo grande e mi dirigo verso Ponte a Greve dove lavora il pargolo.

È sempre un piacere e una festa per me pranzare con Giuliano. È un momento, un’ora in cui è tutto per me (salvo telefonate), dall’una alle due posso stare con lui, parlare, sapere come va, come sta, cosa fa, e tutte le cose che una mamma vuole conoscere dal figlio anche se ha 40 anni ed è a sua volta padre.

Di solito andamo a mangiare alla Casa del Popolo di Ponte a Greve, dove c’è una signora che credo sia un po’ innamorata del mio bambinone. D’altra parte è così bello che nessuno resiste al suo fascino.

Si lo so: Ogni scarrafone è bello a mamma sua”

Ma Giuliano è uno “scarrafone” bello!!!

Pranziamo, chiacchieriamo di telefonini, di Whatsup, di Telegram… ma di che cavolo chiacchierate? Di niente, ma va bene così. È proprio il niente che è bello condividere.

Poi caffè, e l’accompagno di nuovo al lavoro. Io a casa.

E sono felice!

Tanto felice che vinco la mia resistenza e ci metto la faccia.

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