Una volta, su un treno… Ricordi di un viaggio speciale

Tu tum, tu, tum… tu, tum tu, tum… è questo il rumore che facevano i treni sulle rotaie fino a poco tempo fa. Ora quando si sale in carrozza si è avvolti dal silenzio o al massimo dal chiacchiericcio telefonico dei compagni di viaggio.

Ho provato a ricordare un viaggio memorabile in treno, ma non è salito nessun ricordo dalla camera della memoria e allora ho pensato che non è necessario andare a cercare viaggi magnifici, itinerari strabilianti.

Il treno è con me da tutta la vita, una presenza discreta, anche se rumorosa. La mia bisnonna abitava in una casa attaccata alla ferrovia, i treni passavano a 10 metri dalle finestre, erano una presenza tanto consueta che non ci si faceva neppure più caso. Poi ricordo i viaggi da Modena a Ferrara, con la “littorina”, prima che mio padre comprasse l’automobile, conquista del boom economico degli anni ’60.

il trenino Modena-Ferrara era quello che vedo ora nei documentari di un altro tempo e di un altro paese: la terza classe con le panche di legno, i finestrini che si abbassavano e si tenevano sempre aperti, perché d’estate non c’era l’aria condizionata… gli sportelli a ogni coppia di sedili, le cappelliere per i bagagli che dividevano le file dei sedili.

Ricordo che il trenino faceva una fermata con grande stridio di freni a ogni grumolo di case, una stazioncina dopo l’altra, un marciapiede tra due binari da raggiungere attraversando le rotaie, una casetta con una biglietteria, allora non esistevano ancora le biglietterie automatiche… Stazioni nella campagna della “bassa”, tra campi a perdita d’occhio divisi da filari di alberi.

Ricordo che contavo le fermate, erano sempre troppe, non si arrivava mai.

È facile paragonare quei viaggi della memoria di quai settant’anni fa, a quello che faccio per evitare il traffico frenetico quando voglio andare a Firenze.

Ho una stazione proprio a duecento metri da casa, si ferma un treno circa ogni ora, è comodo, anche se raramente trovo posto a sedere.

È uno di quei convogli a due piani che circolano sulle tratte regionali, sempre pieno di studenti e lavoratori, oggi impegnati e concentrati più sui propri telefonini che sul mondo che hanno intorno.

Anche stamattina ho fatto il biglietto con lo smartphone e ho preso il treno, dieci minuti in tutto di viaggio, non vale nemmeno la pena sedersi, se si trova posto. Erano le otto e la maggioranza erano studenti, li si riconosceva dagli zaini e dall’abbigliamento giovanile. A gruppetti di due o tre ridevano tra loro, si raccontavano forse la giornata domenicale appena trascorsa, molti col telefono in mano leggevano messaggi dei social, lo so perché non posso far a meno di sbirciare; qualcuno, ma più ragazze che ragazzi, consultava un libro, forse in previsione di una interrogazione… Gli altri passeggeri erano per lo più uomini lavoratori con abiti che evidenziavano la loro condizione di operai, molti stranieri, non solo neri, ma anche slavi, e sempre di più orientali. Le poche donne sembravano impiegate o commesse, o insegnanti con grandi borse a tracolla probabilmente piene di tutto il necessario per passare l’intera giornata fuori casa.

Poche le persone di una certa età, le nonne sono tutte a casa ad accudire i nipoti!

In certi orari bisogna quasi spingere per entrare nel vagone. Stamattina no.

Mi rendo conto che forse quello che sto raccontando non è proprio del tutto un viaggio speciale, è un viaggio normale, di gente semplice, che ogni giorno sale su un mezzo che lo porta lontano da casa. Non troppo lontano, ma abbastanza…

Le distanze si sono accorciate, ma esisteranno sempre le “littorine” che fanno fermate ad ogni grumolo di case, che anche se hanno sedili imbottiti, sono sempre lo stesso scomodi e affollati, che anche se hanno porte che si aprono elettricamente, sono come le tradotte: contenitori per lo spostamento delle truppe dei lavoratori.

Qualche giorno fa ho avuto una piccola discussione con una persona che al mio apprezzare i viaggi in treno contrapponeva la comodità del viaggio in macchina. L’ho sentito come l’egoismo del signore nei confronti della plebe, l’orgoglio del non mescolarsi con una varia umanità, il distaccarsi dagli odori, umori, rumori di chi condivide il tuo mezzo di trasporto.

Nell’immaginare quello che avrei voluto scrivere la memoria mi è andata anche alle stragi della linea Firenze Bologna, all’Italicus, alla bomba alla stazione di Bologna.

La linea che passa da San Benedetto Val di Sambro la percorro ancora spesso quando vado a Modena e voglio evitare le Frecce, e ogni volta quando il treno entra o esce dalla galleria non posso far a meno di pensarci. Come ogni volta che mi fermo alla stazione di Bologna non posso far a meno di passare davanti allo squarcio lasciato sul muro a imperitura memoria della bomba che ha troncato tante vite. Ogni volta penso che avrei potuto esserci anche io in quel momento, viste le tante volte che sono passata per quel luogo, gli interminabili viaggi su e giù Modena Firenze quando studiavo all’ISEF. La galleria – dicevamo con orgoglio, la più lunga d’Italia – che ci faceva tappare le orecchie quando uscivamo a Vernio o a San Benedetto…

Ricordi che ho ritrovato ora che non ho più una l’età di una studentessa e il treno mi porta senza la fatica della guida ad attraversare l’Appennino.

Poi ancora studentessa, ma più matura mi sovvengono i viaggi in treno da Firenze a Pisa, ogni giorno, inverno ed estate, con i libri nella borsa per andare ad assistere alle lezioni all’università. Una pazzia! A 50 anni sobbarcarmi i viaggi in treno, poi la bicicletta lasciata al deposito della stazione, per un sogno coltivato e finalmente raggiunto.

Mi sono accorta che ho lasciato andare parecchio la memoria, ma d’altra parte non sono più una bambina, come si fa a isolate un unico viaggio? Quello memorabile, quello indimenticabile, quello da descrivere.

Impossibile. I miei viaggi sono quelli di una persona normale, senza traversate delle grandi praterie od Orient Express, viaggi piccoli, ognuno memorabile a modo suo, nella sua piccolezza, negli incontri fuggevoli con altri viaggiatori piccoli come me.

PS: Non posso fare a meno a conclusione di questo mio breve scritto di ricordare un grande viaggiatore che tutti noi della Libera Università dell’Autobiografia abbiamo conosciuto. Mario Vio era un amico, amico mio, e della Libera. Lui amava viaggiare in treno, girava tutta l’Italia sempre in su e in giù, sempre sulle linee secondarie, esplorava le tratte più sconosciute, conosceva quasi a memoria l’orario ferroviario, quello di carta, non quello in rete, che si portava sempre in tasca. Un incidente improvviso l’ha fermato. Chissà se nel suo sonno sogna ancora i treni su cui non ha fatto in tempo a salire?

16 dicembre 2019

Questo testo è stato pubblicato sul volume collettaneo “Quella volta, su un treno” edito dal Circolo di scrittura autobiografica a distanza della Libera Università dell’autobiografia di Anghiari.

Qui un video che ho registrato leggendo il brano durante la pandemia e sotto alcune foto.

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