2 dicembre 2023

Il Natale è la festa della famiglia, una volta c’era l’usanza di riunirsi attorno alla tavola per festeggiare, ora sempre più spesso i giovani se ne vanno, magari a sciare e lasciano le tavole sguarnite. Io mi ricordo quando ero piccola e andavo a casa della mia nonna ferrarese a trascorrere il Natale, la letterina era esclusivamente per lei, nascosta sotto il tovagliolo, letta con commozione. Non c’erano regali costosi, ricordo tanti libri e oggetti utili.
Qui potete leggere quello che ho scritto tempo fa sulla mia nonna ferrarese.
E qui ricordo insieme le mie due nonne: Iride e Irma.

E voi, cose ricordate dei nonni?
Ci hanno lasciato da molto tempo ormai ma…
loro sono quei legami che raccontano le mostre radici.

8 risposte a “2 dicembre 2023”

  1. Di nonna ne ho conosciuta solo una. Mia madre la chiamava la tedesca perché aveva gli occhi azzurro e il cuore freddo. In verità la sua vita era stata seppellita sotto le macerie del suo matrimonio prima e quelle della guerra dopo. Di lei mi rimane l’aver appreso l’uncinetto. Ma non lo faccio mai. Però le ho dedicato un racconto e ho vinto il secondo premio
    al concorso 2023 bandito dal suo comune di nascita, Montemignaio, un paesino del Casentino. È stato bello m piccolo risarcimento per le sue troppo sofferenze

    • Pensa che anche la mia nonna era chiamata “La tedesca” per il suo rigore e perché era originaria di Tolmezzo in provincia di Udine. Inoltre doveva esserlo per forza visto il lavoro che faceva: la levatrice!

      • Io ho conosciuto solo una nonna, la nonna Livia, era già anziana quando sono nata ed è morta che io avevo 5 anni. Era la nonna paterna. Me la ricordo con i capelli grigi e la crocchia, poverina non ci vedeva era rimasta quasi cieca. Era buona la nonna, parlava poco.
        Dormivamo insieme nella camerina con il ” palco morto”.
        Il nonno paterno è morto che io avevo 1 anno, era del 1870, si chiamava Cesare, detto “Pippetto”. Aveva la carrozza con i cavalli e portava la gente in giro, una sorta di diligenza.

  2. I nonni, le nonne, un patrimonio che non si perde mai, che ci resta incollato attraverso il ricordo. Li voglio ricordare associando a ognuno di loro una parola:
    nonno Pietro la giocosità, nonna Nella la dolcezza e la mitezza (lei ne merita due), nonno Giovanni la bontà, nonna Giovanna l’acutezza.

  3. Ricordo il mio nonno paterno. Aveva combattuto in Russia durante la grande guerra, ne era uscito vivo, ma con le dita dei piedi congelate. Per questo lo Stato gli passava dei grossi scarponi neri, con la suola spessa e la punta tonda e rinforzata, allacciati fin sopra alle caviglie. Ricordo il loro rumore sull’impiantito.
    Soffriva di asma e, per riprendere il fiato, usava spesso una pompetta con cui inalava la medicina. Per questo portava sempre una vecchia giacca sdrucita e in una tasca, pronta al bisogno, c’era la sua scatolina. Non si separava mai dal suo vecchio cappello grigio e sformato, sotto la camicia gli si intravedeva la canottiera di lana lavorata a ferri grossi dalla nonna.
    Abitava in una grande casa in collina. Intorno, più in basso, il podere. Il nonno ci era tornato da giovane, appena sposato. Lì erano nati tutti suoi figli e col tempo l’aveva adattata per accogliere anche le loro famiglie. Ormai non lavorava più nei campi, ma la sera era sempre sull’uscio, in piedi, ad aspettare che tutti rientrassero dal proprio lavoro.

  4. Come erano belli i miei nonni: la nonna Emilia molto alta ed elegante nella sua semplicità. Ricamava benissimo ed aveva imparato a leggere e scrivere dai fratelli perché a lei non era stato concesso di andare a scuola. Nonno Giovacchino gran lavoratore, antifascista e innamorato delle sue figlie. Questi i nonni da parte di mamma. I genitori di mio padre erano Ersilia e Giuseppe. Lei sempre allegra e canterina non disdegnava di andare a ballare con le amiche. Lui pacato e silenzioso sempre con la pipa in bocca.
    Tanti ricordi, tante storie, qualche immagine sfocata dalle foto fatte in quei tempi. Non li ho conosciuti nemmeno uno perché sono volati via prima che io nascessi.

  5. Potrei scrivere tante cose sui miei nonni. E credo che lo farò, magari in privato. Ho conosciuto tutti i quattro nonni e sono vissuti a lungo, li ho avuti accanto per molti, molti anni. L’ultimo nonno, Pietro, è mancato quando avevo 28 anni ed ero già sposata.
    Qui ricorderò i loro nomi e mi limiterò a raccontare qualcosa di ognuno di loro.
    I nonni materni, Carlo e Clementina erano coetanei, nati entrambi a maggio del 1898 sulle nostre colline del Monferrato
    Il nonno Carlo, il classico burbero dal cuore d’oro, ha sofferto parecchio nella seconda parte della sua vita; era capotreno e, sul lavoro, è caduto da un predellino del treno, ha battuto la testa, ha subito il distacco della retina e, pur se operato, ha perso la vista da un occhio.. Io non ero ancora nata ma mi raccontavano che da allora il suo carattere era cambiato, soffriva molto per la menomazione. Poi, in età più avanzata, è stato colpito dal Parkinson che lo ha bloccato per 10 anni trascorsi tra i primi tremori, la sedia a rotelle e gli ultimissimi anni allettato. Non meritava tutti questi problemi di salute, era una persona molto buona che ha faticato a sopportare tante avversità e negli ultimi anni è entrato in depressione, anzi direi che manifestava un misto di tristezza e rabbia.
    Nonna Clementina era la prima di 6 figli; nata in una grande e bella cascina circondata da vigneti in Monferrato, aveva aiutato la mamma ad allevare i fratellini e le sorelline. Aveva imparato a ricamare in modo divino e ho ancora tovaglie e lenzuola che lei aveva ricamato creando anche splendidi tramezzi di pizzo. Dicevano che fosse anche una brava ballerina e che nelle feste di paese molti giovani ambissero a un ballo con lei. Purtroppo non mi ha trasmesso questo dono. Dal paese si è poi trasferita in Alessandria quando ha sposato il nonno; ha vissuto anni pieni di angoscia durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale perché il nonno lavorava o nell’ufficio della stazione o viaggiava sui treni quindi erano a rischio bombardamenti e i suoi fratelli erano stati mandati a combattere ma per fortuna tutti si sono salvati e la casa dove i nonni e la mamma abitavano non ha subito danni. Dopo un periodo di serenità, nonna Clementina ha poi dovuto lottare e stringere i denti per curare mio nonno, prima per il problema che ho citato all’occhio e poi, per dieci lunghi anni, lo ha seguito come un’ombra curandolo per il Parkinson. Non ha mai voluto aiuti e non ha mai accettato di farlo ricoverare in qualche struttura. Grande, grande nonna! Forte fisicamente e grande di cuore, la nonna che mi preparava il bunet, torte buonissime di mele, pere e cioccolato, castagne e poi, ogni 13 dicembre, per Santa Lucia, andava alle bancarelle davanti alla chiesa di S. Lucia e mi comprava il “lacabon” un dolcetto tipico locale fatto di miele e zucchero; sapevo che al pomeriggio, andando a trovarla, avrebbe aperto il frigorifero e mi avrebbe dato 3 pacchettini di “lacabon”. Io avrei poi fatto la stessa cosa con mia mamma quando era in casa di riposo; le portavo il “lacabon” e insieme ricordavamo la nonna.
    Dai nonni materni ho ricevuto in dono l’amore per il buon cibo, il buon vino e per la compagnia di persone accoglienti e generose che ai loro tempi però era più facile trovare.
    I nonni paterni si chiamavano Pietro e Giuditta. Il nonno era nato nel 1897 e la nonna aveva due anni in più. Il nonno era nato in Sicilia ma, per evitare la mafia che iniziava a pretendere danaro dai terreni di famiglia, lasciò i terreni ai fratelli, fece un concorso e venne al nord scegliendo, tra due posti vinti, quello in Polizia. Era stato mandato in Alessandria dove aveva conosciuto la nonna Giuditta. Ecco, lui di origine siciliana e poliziotto per professione, non aveva nessuna delle caratteristiche che molti potrebbero pensare. Era un uomo molto mite, molto dolce, molto accondiscendente ma non so come abbia potuto sopportare la nonna Giuditta. Era un uomo di larghe vedute, di grande intelligenza e tolleranza Di buona cultura, era comunque curioso di tutte le novità tecnologiche (da lui ho ricevuto in regalo la macchina fotografica che stampava immediatamente la foto e persino “Il Piccolo Chimico”) e ci teneva a sapere sempre di più in ogni ambito. Lui mi ha insegnato molto sulla natura, mi ha convinta a non aver paura dei cani, ad amare i cani e tutti gli animali.
    Alla domenica andavo sempre con papà a trovare i nonni e la zia. Ed ecco che lo trovavo accanto alla macchina della pasta per fare gli agnolotti, i cappelletti oppure a tirar la sfoglia con mia zia. La nonna era seduta e guardava. Il nonno Pietro, meridionale, cucinava tranquillamente, lui, meridionale, è stato l’unico a non opporsi mai alle mie minigonne e una volta, al ritorno dalla Sicilia con papà dove erano andati a trovare la sua mamma (che aveva solo 17 anni più di lui, suo primogenito, e che morì a 96 anni)), mi regalò un ombretto che aveva comprato per me. Papà mi disse che era entrato proprio il nonno in profumeria e aveva descritto alla commessa il colore dei miei occhi per avere l’ombretto più adatto. Caro! Ecco, forse nella vita io ho cercato un uomo simile a lui, ma non l’ho trovato. Rimasto vedovo quando era quasi ottantenne, passava le sue giornate facendo la Settimana Enigmistica o leggendo; spesso usciva al pomeriggio a fare una passeggiata con due ex colleghi anziani come lui. Passava regolarmente sotto un viale che era a 100 metri da casa mia. La mamma mi avvisava “tra poco passa il nonno” infatti dopo poco, ecco la sua sagoma; alzava un braccio e salutava noi due sul balcone poi procedeva a passo lento verso i giardini pubblici. Se ne è andato per un tumore che fino all’ultimo mi ha nascosto per non farmi preoccupare. Me lo ha sbadatamente rivelato il suo medico. Quante altre cose mi vengono in mente di lui!
    Ma passiamo alla nonna Giuditta che, mi spiace dirlo, faticavo a sopportare. Era nata in un piccolo paese a pochi chilometri da Alessandria e poi, sposandosi, aveva seguito il nonno nei suoi trasferimenti prima a Parma, poi a Voghera, poi di nuovo in Alessandria. Aveva due sorelle e due fratelli ma direi che lei era la più insopportabile: sempre angosciata e angosciante, rigida, poco sorridente, direi anaffettiva, aveva tentato di rendere succubi il figlio e la figlia infatti mia zia non l’ha mai lasciata e non si è sposata. Era la più conformista di tutti i nonni perciò io la percepivo come la più ostile. Benché mio padre avesse frequentato l’università e mia zia le magistrali, la nonna mi criticava sempre perché compravo libri, leggevo e non aiutavo mia mamma in casa. Ma era un accordo con i miei genitori: “Il tuo lavoro è studiare. Non ti chiediamo altro”. E allora…perchè lei doveva ficcare il naso? Non vado oltre. Posso pensare che mi abbia voluto bene ma non ha saputo trasmettermi il suo affetto e da me ne ha ricevuto poco.

  6. Chi ricordo con più nostalgia è il nonno materno, un gran signore, un uomo buono e gentile sempre felice di vedermi, morto quando avevo 14 anni, il primo trauma della mia vita. Così anche la nonna materna venne a vivere con noi, quella paterna già viveva con noi in un appartamento adiacente, separato da una porta interna. Due signore del gran mondo, una famosa modista tutta presa dagli affari, gentile e premurosa verso di me, mi faceva i vestiti su misura e anche le scarpe!! anche se il suo estremo riserbo mitigava la sua empatia. Inoltre era molto gelosa del babbo e quindi in continua guerra con la mamma. L’altra anch’ella una signora del gran mondo ma troppo impegnata a mantenere un certo tenore di vita viste le poche sostanze lasciatele dal nonno… e come? Giocando a carte e… vincendo!!! Non avevo un gran feeling con lei e anzi la odiavo quando faceva la spia perché tornavo tardi la notte o sentiva odore di fumo, una spia che le procurava anche i rimproveri della mamma. La prima morì che avevo 25 anni e non fu un gran lutto, la seconda invecchiando divenne un’amorevole nonna per il mio figlio maggiore conquistando il suo posto nella nostra famiglia, anzi ne divenne l’orgoglio continuando ad esserci fino a 97 anni!!

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