Nella tua famiglia si celebra – o si celebrava – la cena della vigilia e il pranzo di Natale? Qual era il piatto che non mancava mai? E quello che ti piaceva di più? Oppure quello che detestavi proprio…

Scrivi la ricetta di un tuo piatto di Natale e condividila.
Magari ne viene fuori un ricettario goloso

5 risposte a “7 dicembre 2023”
Nella nostra famiglia la vigilia di Natale è sempre passata incelebrata dal punto di vista gastronomico e tuttora continuo con questa tradizione, che ritengo una buona abitudine soprattutto in preparazione della giornata successiva, dove quello che non mancherà in assoluto sarà proprio il cibo. Sulla “mia” tavola di Natale non devono mancare i crostini, quelli che mia madre preparava con fantasia e amore, triangoli di pancarrè con una buona dose di maionese come letto insieme a una fogliolina di insalata, alla farcitura composta da una rondella di uovo sodo e un ricciolo di maionese dove un cappero acetoso domina sovrano. Ciò che invece non ho mai amato e “digerito” sono tutte le preparazioni a base di carne, nello specifico il lesso che in questo giorno di festa è sempre stato d’obbligo insieme alla salsa verde. Perciò per me non c’è Natale senza antipasto, così quando sono invitata a pranzo dalle mie nipoti, e chiedo ” Cosa volete che prepari?” la risposta è sempre la solita “I crostini, zia” e a quel punto sbizzarrisco la mia fantasia.
La vigilia di Natale a casa non si festeggiava. Mia mamma era troppo impegnata a preparare il pranzo. Avevamo il salotto più grande e quindi si festeggiava da noi pranzo e cena con zii e cugini a volontà. Ricordo i crostini burro e capperi e quelli coi fegatini. La mamma ci metteva la milza sanguinolenta e quella reticella bianca di grasso che mi incantava col suo ricamo. Chi sa chi l’aveva tessuta nella pancia della mucca! Il brodo con le macchie lucide di grasso che affogavano i tortellini era una sfida. Dovevo raccoglierle col cucchiaio una ad una e rovesciarle nella scodella di mia sorella piccola. Più di tutto pero’ mi piaceva la cena della sera del giorno di Natale. Era la festa degli avanzi, di invitati e di cibo. Si poteva cominciare ad aspettare il Natale successivo. In più c’era la stracciatella con le sue briciole di tuorlo e Chiara d’uovo spolverate di prezzemolo e profumate di noce moscata.
Nella mia famiglia non c’è mai stata l’usanza di celebrare a tavola la Vigilia di Natale. Non saremmo riusciti a consumare una cena e un pranzo importanti a poche ore di distanza e poi la mamma era indaffarata a terminare i preparativi per il pranzo di Natale con nonni e zia. Oltre che al cibo lei dedicava anche molto tempo e attenzione alle decorazioni della tavola e dei piatti da portata.
Il pranzo di Natale era tipicamente piemontese. Solo nell’ultimo decennio veniva introdotto un antipasto ligure: le capesante gratinate.
In Piemonte gli antipasti abbondano sempre quindi si iniziava con affettati misti infiocchettati da riccioli di burro, seguiva l’insalata russa, quella fatta tritando le verdure o la giardiniera fatta in casa e mescolando i pezzettini nella maionese fatta a mano; poi venivano portati in tavola la mousse di prosciutto, i vol-au-vent con fonduta o gorgonzola e noci e il classico vitello tonnato che non poteva mai mancare. Questi erano gli antipasti, un delirio pensare di trascorrere il Natale a tavola eppure poi seguivano i cappelletti in brodo. Dopo averne mangiato una dozzina io mi davo per dispersa e iniziavo a girovagare per casa oppure aiutavo la mamma a cambiare i piatti in tavola. Ecco il momento della faraona con contorni vari e dei bolliti con il “bagnetto” che però tornavano immediatamente in cucina perché nessuno riusciva più a mangiare un boccone. Io però adoravo il “bagnetto”, una salsa agrodolce piccante che poteva essere rossa o verde secondo gli ingredienti e quindi non mi lasciavo sfuggire un po’ di salsa sui crostini di pane. Seguivano i dolci: panettone, bignè e il Montebianco di castagne che mamma si ostinava a offrire in tutta la sua dolcezza. I dessert erano accompagnati da Moscato di Asti o di Canelli o delle colline del Monferrato; io all’epoca bevevo solo due dita di vino bianco dolce quindi sentivo nominare anche Dolcetto, Grignolino, Barolo ma ero solo affascinata dal colore così caldo e adatto al Natale
I miei piatti preferiti erano gli antipasti, in particolare il vitello tonnato (in piemontese “vitel tunè”; non mangiavo mai il secondo perché la faraona, assaggiata una sola volta, aveva un sapore troppo selvatico per me. Io comunque attendevo con ansia la fetta di panettone e i bignè alla panna e al cioccolato. Avevo uno strano modo di mangiare il panettone- toglievo tutte le uvette e i canditi che mangiavo poi da soli, tutti insieme, alla fine. Quanto venivo presa in giro per questa mania! Comunque è una abitudine rimasta ancora adesso, ovviamente se non sono a tavola in compagnia. Si stava bene a tavola, i nonni iniziavano il pranzo con giacca e gilet poi toglievano la giacca e infine, sbuffando, slacciavano il gilet…il gonfiore del cibo si faceva sentire, sarebbe stata necessaria una passeggiata perché poi, alla sera, la mamma riproponeva il cibo avanzato e il giorno dopo, a Santo Stefano, eravamo tutti, ad anni alterni, invitati dai nonni materni o paterni. Che abbuffate! Erano Natali dolci, caldi, semplicemente belli. Io mi sentivo importante perché nella preparazione del pranzo avevo sempre avuto una piccola parte – aiutavo la mamma a fare la maionese reggendo la bottiglia dell’olio e facendolo gocciolare a poco a poco nelle uova che la mamma sbatteva. Era un ruolo importante perché se non facevo scendere l’olio in quantità adeguata, la maionese impazziva e bisognava porre rimedio o rifarla. Inoltre allineavo i cappelletti che mamma e papà facevano a mano su un grande asse di legno. Dovevano essere allineati in dozzine per poter avere poi il numero esatto della produzione. Insomma, la preparazione del pranzo, era condivisa – ognuno dava una mano per quello che sapeva fare e lasciava un pezzettino di cuore per gli ospiti. Mah…io che ero bambina pensavo al pranzo di Natale come a una favola; poi, crescendo, ho sempre più capito che per la mamma così come per qualsiasi padrona di casa, era una grande faticaccia. Fatta davvero con piacere o solo per dovere?
Noi non abbiamo mai festeggiato la vigilia , ma solo il giorno di Natale. La mamma preparava un sacco di cose: crostini di fegatini, fettuccine al ragù fatte da lei poi la carne coi contorni e la zuppa inglese. Tutto questo fino a che c’era il babbo, ma quando lui è morto ed io avevo 8 anni le festività natalizie si passavano con gli zii a Palermo oppure con altri parenti a Roma o a Milano e lì c’erano altre tradizioni, festeggiavano anche la vigilia.
Io quando ero piccola non mangiavo e di tutte queste cose non apprezzavo niente: la pasta al ragù la detestavo, la zuppa inglese non ne parliamo e per la carne masticavo masticavo e poi la buttavo. Poi col tempo ho cominciato ad apprezzare le cose buone ed ora non mi lascio scappare niente.
Non si festeggiava la vigilia in casa mia, ma il giorno di Natale. Ricordo che quando ero piccola eravamo in tanti ma non ricordo i regali eccetto dei giochi in scatola che mi piacevano molto ,nè il menù .Poi ,a un certo punto dai 12 anni mi pare, prendemmo l’abitudine di andare a casa di amici dei miei,ero contenta della novità ma rimanevo sempre delusa dal menu’ che non mi piaceva proprio, a base di brodo e lesso. Col tempo poi,quando mio fratello si è sposato, abbiamo cambiato abitudini e festeggiavamo quando lui poteva e ancora adesso che lui non c’è più,con i suoi figli e la moglie ci troviamo quando possono, la sera del 25 o il giorno dopo,e anche se atei il Natale per noi è ritrovarsi in famiglia .Per il menù ognuno porta qualcosa, io di solito l’impasto dei crostini e il dolce.Beh i crostini a basa di fegatini,non ci metto più la milza troppa fatica a pulirla per le mie mani con l’artrosi,e la ricetta e’cosi’famosa…soffritto di cipolla ,fegatini a pezzetti,si sfuma col vino bianco e poi brodo ,io ci metto un po’di pasta di acciughe e aceto appena ,e capperi un po’tritati e un po’no.