“Perfect days”: il film

Un film che ispira poesia in ogni inquadratura, anche quando a essere inquadrati sono i bagni di Tokyo. Bagni pubblici che qui da noi ce li sogniamo; tecnologici, bellissimi dal punto di vista dell’architettura e pulitissimi, splendenti anche negli angolini più nascosti. A mantenerli così efficienti uomini con la tuta blu che con secchielli strofinacci e palette provvedono affinché tutto sia lindo e igienizzato.
Ma veniamo la film che racconta le giornate tutte uguali di uno di questi uomini: Hirayama.

Chi è veramente Hirayama? Che parla poco, ascolta molto, osserva la natura, fotografa le cime degli alberi, coltiva amorevolmente piccole piante cresciute a i piedi dei tronchi e vive solitario in una casa praticamente spoglia? Wenders non ce lo dice, ma ce lo fa capire un po’ alla volta, un uomo che ha deciso di vivere in modo semplice per scelta, perché è quello che vuole, perché i piccoli gesti quotidiani, gli incontri che fa, sempre gli stessi gli bastano. Un uomo che nelle notti tra una giornata e l’altra sogna “le ombre”, visioni in bianco e nero che però spariscono con il sorgere del sole, lasciate a un passato che si può solo intuire.

Perfect days è un film che definirei “zen”, in cui regna la calma, ogni gesto è fatto solo perché è necessario, ogni parola è detta perché necessaria, e quando le necessità sono minime i gesti e le parole diventano superflue. 

In un film in cui le parole, i dialoghi, sono pochissimi, fondamentale è la colonna sonora. Io che non amo particolarmente la musica, preferisco il silenzio, sono stata catapultata nel passato quando i suoni erano quelli della mia giovinezza, ho riconosciuto le melodie che mi hanno accompagnato decenni fa, melodie perfettamente adatte a un film che rifugge il digitale e si affida alla nostalgia di cose che nel mondo di oggi sono diventate obsolete. Forse da qualche parte ho anche io una vecchia macchina fotografica, ma non saprei dove trovare i rullini per caricarla, poi per sviluppare le fotografie e stamparle per conservarle in scatole di latta come fa Hirayama a chi potrei rivolgermi?.

Torno a domandarmi, chi è veramente l’uomo che ogni giorno ripete gli stessi gesti con il sorriso rivolto al cielo, che pedala fino alla tavola calda dove lo aspetta il sorriso e le piccole attenzioni della proprietaria, che parla con l’uomo malato e poi gli propone di giocare con le loro ombre, che abbraccia la nipote e saluta la sorella con tutto l’amore di un uomo che ha trovato la sua dimensione di vita e non vuole cambiarla.

L’inquadratura finale del film è ciò di più bello io abbia mai visto, sul volto di Hirayama scorre tutta la sua storia, nelle sue espressioni di gioia e di dolore, senza che venga pronunciata una sola parola, c’è il riassunto di tutto il film e la certezza che il giorno perfetto è adesso, non serve aspettare un’altra volta.

Anche per me sarebbe stata la serata perfetta, se non avessi avuto vicine di poltrona alcune ragazze che a ogni sorgere del sole – sullo schermo – ridevano, commentavano a sproposito e guardavano il cellulare.

2 risposte a ““Perfect days”: il film”

  1. Sì è uno dei film migliori di quelli che ho visto ultimamente. Zen come dice Ada e rimarca quello che per molti è difficile: ‘esserci’ sempre in tutti i momenti del presente e viverlo senza lasciarci preoccupare o intimorire del passato e di quello che verrà. Solo così viviamo veramente il presente ed è quello che fa Hirayama.
    Ci solleva dalla nostra pesantezza !

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