
Ognuno di noi appartiene a qualcosa, un gruppo, una associazione, un ente o una istituzione e ciascuno di questi organismi ha una sigla.
Viviamo di sigle, che ci danno cittadinanza e appartenenza.
La prima di cui ho rimembranza nella mia vita è FIPAV. Ricordo che è entrata prepotentemente nella mia giovane vita e l’ha condizionata più quanto mai avrei potuto prevedere.
I primi palleggi di pallavolo, le prime partite, salta, rulla, schiaccia… le risate negli spogliatoi, lo spirito di quadra, le trasferte tutte sotto la sigla FIPAV.
Quando ho cominciato ad appartenere all’ISEF, quando sono venuta a Firenze, l’altra è rimasta come sottofondo.
L’ISEF è stato la maturità, l’indipendenza, la libertà di una vita lontano da casa, l’incontro con l’amore libero e il ’68.
Sono arrivata Firenze nel ’67 subito dopo l’alluvione, mi ricordo che la città era ancora ferita e oltraggiata, noi dell’ISEF facevamo lezione in aule di fortuna in via di Ricorboli, atletica al campo degli Assi (altra sigla), corse in 500 da una parte all’altra di Firenze per la lezioni teoriche, anche lì risate, gioventù, pazzie, amici e amiche che ancora ci sono, così come altri e altre che non ci sono più.
Devo poi fare un gran salto per identificarmi ancora con una sigla, come se la mia vita avesse un buco, uno spazio di tempo in cui la solitudine l’ha fatta da padrona.
Sigla vuol dire compagnia, vuol dire ideali comuni, vuol dire collaborare con altri per uno scopo, darsi da fare, avere doveri, ma anche pretendere riconoscimento e apprezzamento per quello che si fa.
E dopo una cesura, temporale, ma anche affettiva, in cui ho dovuto ricostruire la mia casa sopra le macerie arrivano altre tre sigle importanti: due vicine e una lontana.
La sigla lontana è quella della LUA, sigla giovane, appena maggiorenne, una comunità di scrittrici e scrittori del sé, fisicamente ubicata ad Anghiari, ma polverizzata come una nebbia leggera e penetrante dovunque ci sia la voglia di raccontare e ascoltare.
La LUA è stata per me trovare la mia anima, trovare la forza di esprimere chi sono e cosa volevo diventare nonostante l’età, perché la vita non finisce a un certo punto perché c’è un traguardo da raggiungere. La vita è cammino, è conoscenza, è curiosità, è desiderio, è voglia di comunità senza barriere e pregiudizi.
La prima sigla vicina e quella dello SPI, che quasi nessuno conosce nel mondo sindacale, anche se si riferisce alla più grande comunità della CGIL.
Lo SPI è stato per me trovare radici nel mio territorio, trovare persone che senza interessi personali riescono a muoversi insieme per uno scopo comune. Andare fisicamente alla sede dello SPI è trovare amiche e amici pronti ad ascoltare non solo me, ma chiunque entri dalla porta. Per me è trovare donne forti, diverse da me, ma a me complementari.
Poi è arrivata l’AUSER, sigla nata da una costola della CGIL che durante la pandemia mi ha aiutato, sorretto, accompagnato moralmente e fisicamente. Anche lì ho trovato una comunità di persone altruiste e generose con cui ancora ho contatti e che è sono diventate compagne e sorelle – compagni e fratelli, che senza chiedere nulla i cambio stanno vicino a chi ha bisogno di sostegno.
Mi fermo qui, certo mi rendo conto che solo 5 sigle sono poche, chissà quante altre ne ho attraversate, chissà di quante altre ho fatto parte, per un giorno, per un anno o di più. Ogni volta è stato un entrare, sostare e poi uscire, per ripetere il ciclo chissà quante volte.
Consapevolmente o inconsapevolmente, la vita, mia e di tutti, è fatta di sigle.

