Delirioso?

Amo la lingua italiana! È una dichiarazione matura e consapevole, credo che derivi da un gene specifico trasmessomi da mio padre.

Mio padre era maestro elementare, poi giornalista, poi sportivo, ma essenzialmente era “maestro elementare”. Anche se è andato in pensione abbastanza presto ed ha quindi smesso di insegnare ai bambini, fondamentalmente è sempre rimasto un “maestro elementare”.

Aveva tanti difetti, a volte lo amavo spassionatamente, a volte lo odiavo, ma devo riconoscere che da lui ho ereditato l’amore per la lingua italiana e la sua corretta scrittura.

Avevo pochi anni quando su un banchetto a lato del tavolo ascoltavo le sue lezioni private ad alunni reticenti e sgrammaticati. La scrittura, il gene della scrittura me lo ha trasmesso lui. Ho sempre amato leggere, ma ho sempre anche scritto, ricordo che facevo di mia spontanea volontà schede/recensioni dei libri che leggevo. Sono andate perdute! Così come sono andati perduti nei traslochi i miei temi che lui aveva conservato. Li vedo ancora scritti con calligrafia infantile su fogli protocollo divisi in due. Una colonna, due colonne, tre colonne, quattro colonne, lo spazio della scrittura e a lato lo spazio per le correzioni della maestra.

Funziona ancora così? No, purtroppo, o per fortuna, l’ho constatato da mio nipote che ancora sta frequentando la scuola di oggi…

Ma torniamo a me e alla scrittura, come per molte cose nella mia vita c’è una cesura anche per l’esercizio di scrivere, per un certo periodo ho sostituito la prosa con poesie sofferenti, mi ci è voluto parecchio per riprendere la mano.

Quando mi sono iscritta all’università ricordo che avevo perso quasi completamente il senso della grammatica, era come se viaggiassi al buio, senza una mappa. Sarò sempre riconoscente al prof. Tavoni e alle sue lezioni, agli esercizi che mi facevano ritrovare il senso di quello che stavo scrivendo. Non basta buttare sulla carta, che sia analogica o digitale, un pugno di parole per dare significato a quello che si vuole dire. Ho capito che tra parole pronunciate e parole scritte c’è una grande differenza, il ritmo della parola è diverso da quello della scrittura.

Quando ho cominciato a scrivere la mia autobiografia, nel 2000, qualcuno mi ha detto che allora la mia scrittura poteva essere definita chirurgica. (vero Wanda?). In effetti benché sia riuscita a far evolvere la mia espressione scritta ancora non sono una che ci gira intorno! Se scrivo mi piace andare direttamente al punto, mi piace essere chiara, far si che il mio pensiero scritto sia aderente a quello che pronuncerei a voce.

Ho molto rispetto per le parole, per la grammatica e per la sintassi, ogni volta che trovo un aggettivo dimostrativo al posto di un articolo rabbrividisco, così come mi perdo nelle frasi incuneate una nell’altra che devo leggerle tre volte per capirne il senso.

Mi piacciono i punti fermi, le frasi brevi, i concetti chiari… forse è il mio lato informatico che spunta da qualche recesso. E rispetto gli aggettivi, tanto che sono sobbalzata all’ultimo “oso” piazzato a modificare un sostantivo.

La lingua italiana è evoluzione, anche se non si è poi evoluta molto dai tempi di Dante, e non deve essere una sorpresa l’invenzione di una parola mai sentita se quella parola è necessaria a esprimere una qualità. Non per niente si chiamano aggettivi qualificativi!

La finisco qui, potrei forse definire il mio scritto “delirioso”?

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