Stollo

La parola stollo è davvero una bella parola. È una parola positiva, che mi piace, è qualcosa che aggrega, che raccoglie, che rappresenta qualcosa di buono, una parola antica.

È vero oggi non si fanno più i pagliai, l’ultimo (credo) l’ho fotografato più di 10 anni fa a Trentino. Dopo di allora nei campi mietuti ho visto solo grossi rotoli di paglia, ingoiata e poi sputata da grosse macchine che vanno in su e in giù.

Il pagliaio sorretto dal suo bravo stollo l’ho visto dietro a casa del fratello di mio cognato, un pagliaio un po’ sbilenco e artigianale, senza la perfezione rotonda delle balle depositate nei campi vicini, ma con la poesia dell’imperfetto, del fatto a mano e con fatica.

Stollo è quasi da assimilare alla parola “monolito”, ma con una sostanziale differenza. Il monolito è statico, isolato, magnifico nella sua grandezza, qualcosa di nobile e di distante; lo stollo è un umile palo conficcato nel terreno, unico, ma aggregatore di energie e di abbondanza. Un solitario oggetto proletario, che si copre del prodotto della terra e che via via si scopre rivelandosi secco, lungo, nudo, esposto alle intemperie e indifeso dopo aver retto chi o cosa si è appoggiato a lui.

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