Latino – Greco

Quando mi capita cerco di trovare un po’ di tempo per leggere i supplementi culturali di vari quotidiani, per mantenermi aggiornata su che cosa bolle in pentola nel calderone cultura, leggere le recensioni di libri e alcuni elzeviri interessanti.

Qualche giorno fa ho trovato per due volte il richiamo alla questione insegnamento della lingua greca e latina e all’importanza del loro studio.

Premetto che non ho mai studiato il greco non avendo fatto studi classici, per me è anche difficile riuscire a leggerlo. ma ho studiato un po’ di latino, prima alle medie, una vita fa, e poi l’ho ripreso con molta fatica all’università.

Ricordo che ho preparato l’esame di latino in 9 mesi – praticamente l’ho partorito – aiutata da una amica che si è presa “cura e pietà” di me. Andavo da lei settimanalmente mi correggeva gli esercizi di traduzione e piano piano andavamo avanti nelle regole della grammatica e della sintassi. Non le sarò mai abbastanza grata.

Mi ricordo che quando avevo saputo di dover obbligatoriamente sostenere l’esame di latino sono quasi svenuta, ma poi piano piano entrando nei meandri della lingua ho cominciato ad apprezzarla, non tanto per usarla nello studio dei classici quanto per l’implicazione e connessione stretta che ha con la lingua italiana.

Sembra una cosa ovvia, l’italiano deriva dal latino, ma non è una cosa così scontata, capire che veniamo da lì, che il linguaggio scritto e orale si è evoluto e ha dato origine alle parole e alle regole che ora usiamo con disinvoltura nel nostro quotidiano comunicare. Che usiamo tutti!

“...non solo insegnanti, governanti, funzionari ministeriali, ma anche medici, ingegneri, panettieri, elettricisti, attori, artisti, ciclisti, clown, infermieri, tassisti, archeologi, scenografi, giornalisti… Tutti.” come dice Paola Mastrocola in un suo articolo a difesa della prova di traduzione all’esame di maturità.

E ancora… scrive per provocare “Potremmo rendere latino e greco obbligatori fin dalla prima media. Potremmo ritenerli indispensabili e basilari a qualsiasi formazione. Almeno il latino, se non il greco. […] Bisogna credere che fare latino e greco, quindi fare la traduzione, abbia ancora un senso. E perché non crederci? Quel che vedo io è che chi viene dal liceo, se ha fatto un buon liceo, sa affrontare meglio gli esami più difficili nelle Facoltà più difficili. Chi ha fatto altre scuole invece arranca, e spesso deve abbandonare perché quegli esami non li passa. Questo non ci dice niente? (O non ci piace?).[…] Se davvero non crediamo più che latino e greco siano le sole e migliori attività che allenano la mente, che insegnano una strutturazione logica del pensiero e via dicendo, d’accordo, sostituiamoli! Ma con cosa?

E ancora: “È nell’importanza del difficile che dovremmo ricominciare a credere. Soltanto una scuola che abbia il coraggio di tener duro e continui a proporre cose difficili fa il bene dei nostri giovani, tutti, di qualsiasi condizione siano: consentirà loro quell’ascesa, intellettuale e sociale, che oggi non vediamo più realizzarsi, ma che fino a ieri, fino alla mia generazione, era possibile. E riusciva a cambiare drasticamente il destino di una persona.”

Purtroppo io ci sono arrivata tardi alla consapevolezza dell’importanza della conoscenza della nostra lingua originaria, ma sono contenta di esserci arrivata.

E poi in prima pagina del” Sole 24 ore” leggo il breviario di Ravasi, e cosa dice?

– Non si impara il latino e il greco per parlarli, per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali. Si impara per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto necessario della civiltà moderna, cioè per essere se stessi e conoscere se stessi consapevolmente. Tra le mie varie funzioni presso la Santa Sede c’è quella di tutelare la Pontificia Accademia di Latinità, un’istituzione che coopta i maggiori studiosi di questa lingua. Ho, in tal modo, scoperto quanto forte – soprattutto all’estero – sia la passione per una cultura così alta che continua a vivere proprio attraverso la sua eredità. – Agli italiani, e in primis alla scuola che invece la snobba, vorrei semplicemente ricordare le righe sopra citate che non hanno bisogno di commento, ma solo di riflessione. Non le ha scritte un vecchio precettore, ma Antonio Gramsci nel 1932, nei suoi Quaderni dal carcere, per ammonirci che chi non conosce il proprio passato non riesce a vivere il suo presente in modo vero ed efficace.

La scuola sta finendo e l’anno prossimo il mio nipotino andrà alle superiori, si è iscritto al Liceo Scientifico. Io gli avevo consigliato il Classico perché ritengo che gli avrebbe dato più possibilità di apertura verso il pensiero logico e razionale, ma va bene anche così, vedremo cosa farà e cosa gli darà la nuova scuola.

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