Il caldaio

l caldaio è un recipiente, questo lo capisco; una parola da cui deriva un’altra parola: calderone.
Ho sempre creduto che calderone fosse una parola a sé, non derivata e invece quel suffisso .one la dice lunga. Potrei definire calderone questo blog che sto scrivendo, il diario che sto compilando, perché c’è un po’ di tutto, messo dentro senza una specifica forma e allora ecco che il caldaio rispunta, come pentola che veniva usata dalla marina militare, e chissà cosa ci mettevano dentro alla minestra cucinata nel caldaio, un bel calderone di tutto quello che c’era.

Anche io ho posseduto un caldaio, che però ho sempre chiamato paiolo. Era di rame, la sua funzione originaria era quella di contribuire alla cottura della polenta. Una volta deciso che non avrei mai usato il paiolo per la polenta l’ho riciclato come contenitore di fiori, ma a causa della sua grandezza è andato a finire a casa di mia suocera, sempre come contenitore di fiori. Spero che sia contento di questa funzione leggiadra e gentile. Invece del fuoco conosce l’acqua e forse nemmeno quella se i fiori sono solo “riproduzioni” di fiori.

Ricordo quando l’ho comperato. Alla fiera dell’artigianato alla Fortezza, tanti e tanti anni fa. Eravamo andati con la mia 500, in 4, un po’ stretti e quando siamo usciti con il “caldaio” ricordo bene che non sapevamo dove metterlo.

O noi o il paiolo. Non so come, non so in che modo riuscimmo a portarlo a casa, forse tenuto sul tettuccio apribile della 500, come su un portapacchi immaginario. Certamente dobbiamo aver riso molto, ma eravamo giovani, un po’ incoscienti e con tutta la vita davanti.

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