
A volte basta leggere un articolo perché parole e pensieri, che fino a quel momento erano rimasti come sopiti, nascosti, pensieri di cui magari mi vergognavo un po’, prendano corpo. L’articolo lo ha scritto Paola Mastrocola, sul domenicale del Sole24ore un po’ di tempo fa e dice…
Avendo scritto ultimamente una favola (o meglio, un romanzo-favola), mi hanno fatto diverse interviste su cosa sia la favola, che senso abbia oggi e perché io ne scriva abbastanza spesso. Non lo so. Credo di aver dato ogni volta una risposta diversa. Ma intanto riflettevo, soprattutto su un elemento autobiografico piuttosto sconcertante: a me nessuno ha mai raccontato favole da piccola. È sconcertante perché spesso gli scrittori dicono che sono diventati scrittori perché la mamma o il papà o la nonna gli raccontava tante storie, e lui al suono di quella voce ha cominciato a coltivare il gusto delle parole e della narrazione. Io potrei dire che sono diventata scrittrice per l’esatto contrario: perché nessuno mi raccontava mai niente. Così ho dovuto raccontare io a me stessa. E fin qua, bene così. Fatti miei. Ma mi sorge un pensiero più generale. Anzi, una domanda: facciamo bene a raccontare tante storie ai bambini, e in particolare a legger loro dei libri? Credo che i genitori delle ultime generazioni passino ore la sera ad addormentare i figli a suon di favole, lette o raccontate. Hanno una pazienza rara, questi nuovi genitori che, forse, si sentono in colpa per arrivare a casa alle sette di sera avendo trascurato la prole per tutto il giorno. È possibile che per loro raccontare quattro favolette sia un po’ come lavarsi la coscienza. Certamente oggi si è imposto una specie di obbligo genitoriale all’intrattenimento dei figli. Papà e mamma devono giocare sempre con i figli. Tornano a casa e si buttano sul tappeto a far andare macchinine e robot. O si buttano sul divano a smanettare insieme giochi interattivi su tablet e cellulari. O guardano i cartoni insieme, ascoltano musica, e vanno in bici insieme. E raccontano favole, naturalmente. Forse i miei non me le raccontavano perché a quei tempi i genitori facevano i genitori e basta. Non erano intrattenitori, compagni di giochi e animatori turistici. Non se lo sognavano neanche, tornando la sera dal lavoro, di buttarsi per terra a giocare con le macchinine. Non dico che fosse meglio o peggio, constato solo che era così. Ma non importa, i tempi corrono. Quel che mi chiedo è se tutto questo attuale legger libri ai figli faccia loro bene o no. Normalmente si pensa che faccia un gran bene. Ci è nato un gusto un po’ retro per la cultura orale, per quel periodo della Grecia arcaica in cui non c’erano scrittori ma aedi, che andavano di banchetto in banchetto ad allietare la gente con storie. Che allora si chiamavano miti. E forse c’è anche, in noi, qualche retaggio anni cinquanta, qualche ricordo famigliare di nonni contadini che la sera nella stalla contavano le loro storie. Odor di Grecia e odor di stalla, chissà. Sta di fatto che leggiamo molto i libri ai nostri figli. Ma non sarà che fa loro del male questo nostro gran leggergli libri? Non sarà che poi inibisce, o addirittura spegne, la loro personale e autonoma lettura, invece che stimolarla? Insomma, mi viene una specie di dubbio ribaltante. Forse noi, che spasmodicamente vogliamo che i nostri figli leggano, dovremmo andarci piano col leggere loro libri. Dovremmo aspettare che imparino a leggere e se li leggano da soli, e intanto dosare con parsimonia. Non abituarli a un’abbuffata passiva, ma offrire giusto qualche assaggio, per educarli a un’attesa. Far loro provare il gusto di quando saranno capaci di leggersi i libri per conto loro, e si riempiranno delle storie che vorranno. Mettere avanti il libro come una conquista dell’età futura, ecco.
Anche io non ho mai avuto nessuno che mi raccontava favole da piccola, né che mi leggesse libri; la carta l’ho scoperta una volta che sono andata a scuola e non me ne sono più staccata. La sera venivo messa nel mio lettino, in uno stanzino ricavato da un corridoio, diviso da una tenda dal resto della casa e dormivo, senza ninne nanne, senza favole. Solo dopo ho avuto una mia camera che ho dovuto dividere con mia sorella. Anche io avevo i genitori che lavoravano e non avevano certo tempo da perdere a raccontare favole. Le storie – non erano certo favole – me le raccontavano le mie nonne e le ragazze del laboratorio di sartoria. Poi sono diventata mamma anche io, e non ho mai raccontato favole a mio figlio. La sera lo facevo coricare nel suo lettino e chiudevo la porta. Non è mai successo niente, da quando l’ho fatto la prima volta – e aveva 4 giorni – fino a che non è uscito di casa per farsi una casa sua.
E allora? sono stata forse una cattiva madre? Mio nipote è stato accompagnato al sonno dalle favole raccontate dalla mamma, e io mi sentivo in colpa per non averlo fatto quando toccava a me.
Finalmente però ho visto nero su bianco che no, non sono stata una madre matrigna, ma solo una madre lavoratrice e sola. È meglio come ha fatto mia nuora o è meglio come facevo io? Non lo so, forse il giusto come sempre sta nel mezzo.
Il mio nipotino – che nel frattempo è cresciuto – si è innamorato della lettura e ha cominciato a leggere da solo la sera nel suo letto, io continuo a regalargli libri, ormai su sua richiesta, e sono contenta di farlo, lui è contento di riceverli. Insomma ci è andata bene!

