
Astrazione di natura morta (ante 1930),
Mi colpiscono sempre le notizie che parlano di donne – forse perché ne sono direttamente interessata? – quindi sono andata ad approfondire la notizia che a Villa Torlona, a Roma, è in allestimento una mostra che vuole valorizzare le artiste donne che hanno attraversato gli anni del Ventennio del ‘900 fino al secondo dopoguerra.
Artiste spesso sottostimate dalla storiografia ufficiale nonostante siano state protagoniste di una vasta produzione artistica che ha lasciato un segno significativo nella storia dell’arte italiana del XX secolo.
Peccato che io non ci possa andare, ma a chi è di Roma consiglio certamente una visita. A completamento della mostra due conferenze e anche una visita guidata. Tutte le informazioni sul sito di Villa Torlonia.
A me è sembrata una iniziativa molto bella, dopo l’antologia delle letterate dimenticate anche le donne artiste devono essere ricordate. Mi sono piaciute molto le registrazioni audio che spiegano chi sono le donne le cui opere sono esposte. Non ci si è solo limitato a nominarle ma si è voluto dare a tutte una visibilità maggiore raccontando la loro personale storia artistica e del periodo in cui sono vissute.

Poi, sempre per parlare di donne, ma in forma apparentemente un po’ più leggera, una mostra a Firenze per celebrare il centenario del marchio Salvatore Ferragamo all’interno del museo a lui dedicato.
Sappiamo tutti come le scarpe siamo per noi donne un oggetto del desiderio, Ferragamo è riuscito a rappresentare la moda come portatrice di un messaggio culturale
La mostra pone l’accento sul valore estetico delle opere, ma anche sul loro valore documentario – Ferragamo diventato il calzolaio delle Dive – e anche quello dell’azienda e dei suoi protagonisti. Si possono vedere fotografie e studi in gesso che sottolineano la profonda conoscenza anatomica del piede umano. Un aspetto interessante di una parte della moda che vede le scarpe non come un semplice accessorio, ma come parte integrante del look.
“Salvatore Ferragamo 1898-1960” è dunque molto di più di un’esposizione, potremmo definirla come una bobina della memoria, un’indagine a ritroso sul ruolo del museo e sulla pratica curatoriale che lo accompagna, ma anche una carrellata sulla moda e su quell’accessorio che ogni donna vorrebbe indossare – me compresa.

