
Mi sdraio sul letto e mi ascolto. Sto respirando piano, sono rilassata e calma, una mano è appoggiata sul mio petto che si alza e si abbassa lentamente.
L’altra mano è appoggiata sul mio ventre, ascolto un sordo brontolio, che mi lancia all’indietro nel tempo. Adesso sento un fruscio, c’è qualcosa, ho gli occhi chiusi e provo a immaginare la forma di chi si sta muovendo dentro di me.
Desidero, desidero conoscere mio figlio. Sono ormai tanti mesi che aspetto, a poco a poco una nuova vita è cresciuta, senza che me ne accorgessi, Nel mio corpo si è fatto spazio per chi? Me lo chiedo. Chi è la creatura che sta succhiando sangue, linfa, nutrimento, chi è il piccolissimo essere che sto contribuendo a creare?
La mia mano sul ventre cerca di captare ogni movimento, la mia mano accarezza la pelle tesa come quella di un tamburo. Batto piano con le dita e lui – o lei? – si muove, sembra rispondermi, dirmi ecco ci sono, sono qui. Anche se non mi vedi, sono tutt’uno con te, Mi sono fatto spazio tra le tue viscere, sto cercando un varco, tra poco sarà il momento e dovrò abbandonare il calduccio del tuo corpo.
Io penso che non vorrei mai farti uscire, ma nello stesso tempo vorrei vederti, per conoscerti, dare un volto a una parte di me, carne della mia carne, sangue del mio sangue.
Ho comperato una bellissima fotografia di un bambino sorridente, lo guardo, ma non è il mio… mio? No, colui che sta lentamente prendendo forma nel mio corpo non è mio! È qualcosa che mi riempie, ma non mi appartiene.
Ho le vertigini al pensiero che una bolla di acqua ti contiene, ho le vertigini al pensiero che questa bolla sta per rompersi, ho le vertigini al pensiero che mi sgonfierò come un palloncino e tutto sarà finito… o tutto comincerà?
Ci sei? Non ti sento più. Come si sta dentro di me? Come stavo io nel ventre di mia madre? È un ricordo che non ho.
L’immagine di infinite matriosche mi viene davanti agli occhi, una bambola dentro l’altra, io dentro a mia madre, poi dentro a mia nonna, bisnonna e via così. Ada, Adriana, Iride, Erminia… e poi? ho perso il ricordo delle mie antenate come una fuga di specchi in cui l’ultima immagine è assolutamente indistinguibile.
E tu? Piccolo o piccola mia, sarai l’ultimo anello di una catena iniziata non so dove e che finirà non so quando.
Spazio nascosto, spazio segreto, spazio percorso da una corrente di desiderio, spazio che mi separa da ciò che desidero, ma nello stesso tempo mi consente di raggiungerlo.
Attendo il manifestarsi, il compimento di ciò che la natura ha preparato per me, attendo, con la mano abbandonata sul ventre, che la creatura bussi per venire al mondo, uscire da me, per farsi altro, conseguenza di qualcosa che ha preceduto il suo esistere, passione, gesto, atto d’amore. Chiunque esso o essa sia si farà legame, per entrare in una rete di reciprocità, di relazioni di appartenenza, di dipendenza.
Spazio altro, dentro che si fa fuori, spazio che si svuota di ciò che è concreto per riempirsi di ciò che è ragione dell’altro, cura innata, amore, materno, immenso spazio qui dentro di me.
(un testo ritrovato nei meandri del mio computer)

