“Il pranzo di Babette”: il film e il racconto

Sono andata a recuperare il film “Il pranzo di Babette” per rinfrescarmi la memoria dal momento che ho utilizzato il dialogo finale per il mio laboratorio autobiografico. Infatti non ricordavo tanti passaggi e molte delle sfumature che portano al pranzo finale mi erano proprio sfuggite.

È un film lento, con molti silenzi e una voce fuori campo che illustra gli avvenimenti incentrati soprattutto sulla vita delle due sorelle nubili, sacrificate dal padre sull’altare dell’egoismo religioso. Nella prima parte ci vengono raccontati i due incontri con i giovanotti che casualmente conoscono, prima una, poi l’altra sorella, e se ne innamorano scoraggiati dal severo padre. I volti delle due fanciulle però rimangono impressi nei ricordi dei due spasimanti, l’uno preso dall’avvenenza della più giovane e l’altro innamorato della voce sublime dell’altra.

Passano gli anni senza che nulla succeda nel piccolo villaggio danese (norvegese nella versione letteraria), il decano muore e le sorelle rimangono da sole a continuare le opere di bene e carità  fino a che in seguito alle repressioni a Parigi della Comune una giovane donna è costretta a fuggire e arriva a chiedere loro ospitalità e protezione raccomandata da uno degli spasimanti respinti, il cantante d’opera innamorato della voce della maggiore.

Le sorelle non possono che accogliere Babette, così si chiama la fuggitiva, e ospitarla nella loro casa come una governate non pagata, che da quel momento si occupa del loro benessere, lasciandole libere di dedicarsi alle loro opere filantropiche.

«Comparsa come una mendicante, si era rivelata una conquistatrice. Il suo volto sereno e il suo sguardo franco e profondo avevano qualità magnetiche»

E fino a qui, il film scorre in modo piano e quasi noioso, il focus del film è puntato sulla vita tranquilla del villaggio, con pochi gesti, poche parole, la descrizione di un mondo quasi congelato che però comincia a mostrare qualche crepa nella piccola comunità religiosa. Qualche invidia, qualche screzio, ora che il Pastore è morto, le pecorelle cominciano ad alzare la testa.

E il pranzo che da il titolo al film dove sta?

Arriva attraverso una lettera che Babette riceve e che contiene un assegno di 10.000 franchi, una somma enorme di quei tempi e soprattutto mai nemmeno ipotizzata in quel piccolo mondo antico.

Babette ha vinto alla lotteria – sinceramente non ho capito come ha fatto a giocare… – e ora è ricca, potrebbe tornare in Francia, le rivolte si sono placate, col denaro potrebbe riprendere la sua vita interrotta molti anni prima.

Babette però non ha alcuna intenzione di tornare e propone alle due sorelle che sono state tanto ospitali con lei di preparare il pranzo celebrativo per il centenario della nascita del defunto Decano, nonché padre. Alle tiepide, e anche timorose, rimostranze Babette ribatte che non ha mai chiesto niente e questo è un omaggio alla loro generosità. Perplesse le due donne accettano, ma si rivelano un po’ spaventate quando si accorgono che il pranzo non sarà un pasto come quello a cui loro sono abituate, ma un vero banchetto alla francese.

E qui c’è la svolta.

Al pranzo, per puro caso, partecipa il secondo spasimante, quello della sorella più giovane, che nel frattempo ha fatto carriera ed è diventato generale, che unico tra i commensali capisce che tipo di vivande sta assaporando. 

Un vero pranzo come si poteva gustare al Cafè Anglais a Parigi, una serie di piatti raffinatissimi accompagnati da vini altrettanto raffinati e costosi.

A poco a poco, la bontà del cibo, l’eleganza della presentazione, la ricercatezza degli abbinamenti scioglie la diffidenza dei commensali, che si erano impegnati a non cedere alla futilità del cibo. L’atmosfera cambia e come i 12 apostoli – 12 sono infatti i commensali – uno alla volta si lasciano andare al piacere della tavola, accompagnati quasi per mano dai sapori che Babette è riuscita a portare alla loro bocca. Il gusto, la gola, diventa non più un peccato, ma la via per la redenzione.

Bellissima la scena della danza intorno al pozzo a cui gli invitati locali – i seguaci del Decano – si lasciano andare.

Babette ha speso tutto il suo denaro per allestire il pranzo, con lo stupore delle due sorelle annuncia che non tornerà a Parigi, ma resterà nel piccolo villaggio, cosciente solo del fatto che ha dimostrate di essere una grande artista. L’arte di può esprimere anche col cibo.

Il pranzo di Babette è un bellissimo film, uno di quei film che si potrebbero vedere e rivedere e ogni volta per trovare nuovi agganci e spunti di riflessione. Una grande Stéphane Audran da il volto a Babette, la chef del Cafè Anglais fuggita dal suo paese, prima dimessa e semplice, poi sempre più sicura durante la preparazione del pranzo, come una vera artista fa crescere il suo personaggio, fino alle orgogliose battute finali: «Allora Martina disse: “E adesso sarete povera per tutta la vita, Babette?” “Povera?” disse Babette. Sorrise come a se stessa. “No. Non sarò mai povera. Ho detto che sono una grande artista. Una grande artista, mesdames, non è mai povero. Abbiamo qualcosa, mesdames, di cui gli altri non sanno nulla.”».

Poi ancora Filippa abbraccia Babette e dice: «Eppure non è la fine! Sento, Babette, che questa non è la fine. In Paradiso sarete la grande artista che Dio ha inteso foste! Oh!” soggiunse, e le lacrime le grondavano giù per le guance, “oh, come incanterete gli angeli!”»

Il film è stato tratto da una novella di Karen Blixen, inserita nel volume “Capricci del destino”.

Le due pagine finali del racconto si possono leggere qui.

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2 risposte a ““Il pranzo di Babette”: il film e il racconto”

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