Ieri sera mi sono lasciata prender dalla nostalgia e mi sono rivista due film culto usciti a cavallo degli anni ’80, Non propriamente novità, ma con il fascino degli anni ruggenti della frequentazione delle discoteche, i balli di gruppo, il carisma della camminata di John Travolta sulle note dei Bee Gees: indimenticabili.
Nel periodo di uscita dei film io avevo tra i 30 e i 36 anni, ero in piena crisi esistenziale e “non” frequentavo discoteche. Ma quei due film sono rimasti indelebili, almeno nelle loro linee generali perché rivedendoli ieri sera mi sono accorta che i ricordi che ne avevo avevano completamente travisato le storie che raccontano. Il riscatto dell’operaia Alex, che attraverso la danza vuole cambiare la sua, vita era quello che ricordavo, ma ieri sera con gli occhi di oggi ci ho visto di più, l’orgoglio, il sacrificio, l’amicizia verso l’amica che vuole prostituirsi e la vecchia insegnate, la solitudine, la diffidenza, la voglia di emergere tipica di quegli anni. Anche qui una colonna sonora strepitosa e la scena finale: dell’esibizione davanti alla commissione che deve darle il nulla osta per farla entrare in una vera scuola i danza. Ma anche la scena della esibizione nel locale notturno con il secchio d’acqua che le cade addosso è ormai entrata nella memoria. Il finale è dolce e un po’ scontato, con cane infiocchettato e innamorato che l’aspetta fuori dell’accademia.

Tutt un’altra cosa “La febbre del sabato sera” che a numeri di danza strepitosi dell’irresistibile Toni Manero si alterna una storia dura e drammatica. Del film è rimasta nella memoria collettiva la musica dei Bee Gees, il passo cadenzato di Travolta che batte le strade di Brooklyn a ritmo di musica, le camicie attillate, i capelli con la brillantina, i movimenti del bacino, mentre si è dimenticato lo squallore della vita di ragazzi italiani poveri e senza speranza che girano in macchina per le strade del quartiere in cerca di ragazze che possano soddisfare i loro più bassi desideri. Una famiglia disastrata alle spalle, un fratello spretato, un padre disoccupato. La vita di Tony è sulla strada anche se i suoi desideri sono altri. Quando conosce Stephanie una ballerina più grande di lui spera che la sua vita possa prendere una nuova direzione, ma la tragedia è in agguato.
Ecco tutto questo l’avevo dimenticato presa dalle musiche e dal fascino di un Travolta vestito di bianco, quasi irriconoscibile da quanto e giovane. Avevo dimenticato lo stupro in macchina di Annette la sua partner di danza fino a quel momento, e la morte del suo giovane amico che cade dal ponte di Brooklyn. Quel ponte che divide il loro quartiere dalle luci della città di New York.
Il finale, nonostante le musiche e le danze è triste, il viaggio in una Metro deserta e poi le due figure che si stagliano alla finestra dell’inquadratura finale, ci danno tutto il dolore di una generazione che pur stordendosi con la musica nasconde dentro un vuoto profondo.


