Livia Chandra Candiani: I visitatori celesti

Copertina del libro 'I visitatori celesti' di Chandra Candiani, che esplora temi come invecchiamento, malattia e morte attraverso un messaggio di accettazione e consapevolezza.

Ho letto questo libro della Candiani su suggerimento di Cristina, la mia insegnate di yoga. Ce ne ha letto qualche passo a lezione e mi ha incuriosito perché il sottotitolo, che poi come quasi tutti i libri dell’Einaudi non è propriamente un sottotitolo, fa riferimento a tre stati dell’età matura: la malattia, la vecchiaia e la morte. Tre argomenti che in questo momento mi toccano da vicino essendo io vecchia, ammalata e probabilmente molto più vicina alla morte di qualche anno fa.

Parlerò poi del quarto visitatore che Candiani definisce “il sentiero”. Immagino, per lo meno credo di aver compreso, che il sentiero è la via che porta all’accettazione dei primi tre visitatori, una pratica “religiosa” qualunque essa sia che da la forza di andare avanti fino alla fine.

L’essere umano, dice la Candiani, ha la “tendenza a ignorare ogni bussare sospetto: dolore, mancanza, paura, rabbia, abbandono, perdita: le mille facce della sofferenza“. Perché si scacciano, per paura o perché non si accetta che la vita è finitudine e che tutti dovremo dissolverci. quante volte ho sentito persone che fuggivano anche solo la parola morte!

La Candiani è di fede buddista, le sue argomentazioni si riferiscono a un credo orientale, molto distante da quello di noi occidentali. E qui non voglio addentrarmi nel mondo filosofico  delle religioni dell’est, quello che mi ha interessato di più sono state le considerazioni che sono state esposte nei capitoli dedicati, appunto, alla vecchiaia, alla malattia e alla morte.

Non si scappa dall’invecchiare, dall’ammalarsi, dal morire, ma c’è una Via opposta all’oblio che, nell’affrontarli, trascende il danno e la sofferenza“. Insomma l’invito è quello di non fare finta di niente, andare avanti senza pensare che la vita, specialmente nella sua parte finale, se si ha fortuna di arrivarci, è costellata di difficoltà, il considerare che possiamo ammalarci in vecchiaia e che ognuno di noi è destinato alla morte, forse ci fa vivere un po’ meglio. Occorre non dare niente per scontato, metter la testa sotto la sabbia, rendersi conto che “il corpo diventa sempre di più inabitabile“.

Bisogna entrare nell’ordine di idee che più si va avanti con gli anni si cambia anche in salute c’è disagio, il corpo si arrugginisce, si sfalda, il segreto per affrontare tutto questo è non subire il cambiamento e non maledirlo.

Fare silenzio intorno ai disagi, al dolore, alle reazioni, all’arrugginimento del corpo permette di ascoltare un’altra musica, meno evidente, meno pronunciata, quasi da inventare, una musica per sordi“.

Per una donna – poi – è ancora più difficile invecchiare, si scivola velocemente e ancora prima fuori dalle maglie dell’accettabilità. Interessante ciò che Candiani dice della donna: diventa invisibile; se l’uomo conserva ancora una qualche visibilità la donna scompare nelle stanze della casa e del focolare domestico.

Invecchiare è imparare a non trattenere, né persone né cose, né dimensioni né conquiste. Lasciar andare alleggerisce il fardello, ci fa trattenere solo l’indispensabile

Candiani  a un certo punto si domanda: “Cosa c’è di celeste nel messaggio della vecchiaia?”

Il colore celeste indica quello che conta, che resta tra le nebbie del nostro ignorare un’altra sponda, un luogo dove vecchiaia, malattia e morte sono viste, attraversate e oltrepassate.

La vecchiaia è una buona scuola di avvilimento dell’ego. Ci mostra una felicità che non esiste, che è illusione di un orizzonte che appena raggiunto si sposta un po’ più in là.

Per invecchiare bene è importante prepararsi a essere impreparati“.

Se oltre che vecchi siamo anche malati, ci prendono sensazioni anonime e divoranti, non c’è memoria di sé, non c’è futuro se non come minaccia del peggio, scende su di noi una leggera, morbida tristezza. Quando il corpo fa male, si cancella tutto il resto, sono presenti solo le sensazioni anonime e divoranti del dolore, non c’è memoria di sé, non c’è futuro; accade che cambiano le nostre priorità, si stravolge il senso di quello che conta, si vede in trasparenza il necessario e si opacizza il futile.

Il terzo visitatore celeste è la morte che comincia a visitarci attraverso la morte degli altri. Temiamo la parola «morte», senza conoscerne l’esperienza, nessuno è morto e poi risorto per raccontarcela. È l’inconoscibilità della morte che fa paura. Dobbiamo però pensare che tutte le nostre esperienze sono un costante nascere e morire. In una giornata molte cose finiscono e non ce ne curiamo. Non pensiamo che lo stesso giorno finisce stemperandosi nella notte, finisce il cibo che mangiamo, finisce un abbraccio,  sentiamo un suono, un profumo ed è già svanito.

“Ogni cosa, ogni essere è e non è.” Un attimo prima è presente e l’attimo dopo è finita. Questo bisogna tenere presente.

Per me che mi occupo di autobiografia tutto i concetti che la Candiani enuncia nel suo saggio sono interessanti, perché ci danno una costante evoluzione e una presenza costante del nostro esserci. Inoltre mi ha particolarmente colpito la frase che dice: “La mia vita è diventata il mio libro di testo. L’autobiografia non è quel che facciamo della nostra vita ma quel che la vita fa di noi“.

Quindi l’esortazione dell’autrice è soprattutto quella di abbandonarsi, non resistere, perché qualunque sia il nostro volere non possiamo cambiare se non in minima parte il nostro destino, quello che possiamo fare è affidarci e prendere consapevolezza di tutte le cose belle che la vita ci ha dato.

3 risposte a “Livia Chandra Candiani: I visitatori celesti”

  1. Cara Ada, interessante questo testo. E’ quello che sto in parte sperimentando e per approfondire e rendermi consapevole cercherò il libro della Candiani.
    Grazie del commento – un abbraccio

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