Esule claustrale

Ogni mattina aspetto con curiosità le parole che arrivano nella mia casella di posta. Oggi erano: Esule e Claustrale due termini apparentemente distanti che però, per me, sono molto simili, e se non simili, possono esser accostati uno all’altro.

Parto da claustrale che deriva da chiostro e significa monastico; austero, schivo, pacifico; che segue una disciplina rigorosa.

E poi arriva esule che identifica chi è in esilio. 

Forse chi si chiude in un chiostro desidera l’esilio, dal mondo che lo circonda, non un esilio imposto, ma un esilio cercato e il chiostro può essere quello monastico, ma può essere anche semplicemente il luogo in cui si cerca pace e silenzio. Un luogo austero, schivo, un luogo in cui trovare tranquillità. Anche l’esule cerca pace, uscendo da un luogo in cui non può più stare ed entrando in uno diverso, forse estraneo, in cui cerca sollievo.

Anche io a volte mi faccio esule e cerco la pace di un chiostro, di un luogo in cui riposare, ritrovare me stessa lontano dal mondo. Lo certo con “una screziatura di sofferenza”, bellissima espressione che fa capire come la sofferenza ogni volta sia compagna della pace e possa produrre leggere crepe, se cercata lontano. Certo io ho la possibilità di uscire dal mio esilio una volta che la tranquillità sia tornata dentro di me. Il chiostro, il luogo del ritiro per me non è una prigione, ma è liberamente scelto, solo per il tempo necessario a guarire.

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