Jane Campbell: Spazzolare il gatto

Confesso subito: non l’ho finito. Mi sono appellata a uno di quei diritti del lettore che Pennac afferma nel suo “Come un romanzo”: il diritto di non finire un libro.

In effetti è un diritto che non mi arrogo spesso, tendo a essere una lettrice diligente che si sforza, anche quando non ne può più, di arrivare alla parola fine.

Questa volta no, ho detto, mi sono detta: “Fermati” e mi sono fermata.

Non che il libro sia brutto o scritto male, anzi a volte è pure divertente con alcune battute che mi hanno fatto ridere o riflettere ma, se continuavo, ne andava della mia salute mentale.

Il libro è composto da 13 racconti – e già la tipologia della raccolta di racconti non è nelle mie corde – ogni racconto è la storia di una donna anziana, anzi vecchia che arrivata alla fine della vita è tutto fuorché felice. Già le prime righe avrebbero dovuto mettermi sull’avviso: “La voglia di un vecchio è disgustosa, ma la voglia di una vecchia è peggio“.

Nel brano che da il titolo alla raccolta, per esempio, si narra di una vecchia signora che ha come unico passatempo quello di spazzolare il suo altrettanto vecchio gatto, Ma c’è il figlio che la incalza a liberarsene perché dice che i gatti portano germi, quindi “via il gatto“, a pagamento di una assistenza per gli ultimi anni della vita. 

La gatta e io stiamo imparando il processo di espropriazione. Invecchiare è spesso descritto come un accumulo, di malattie, sofferenze, rughe, ma è in realtà un processo di espropriazione, di diritti, di rispetto, di desiderio, di tutte quelle cose che una volta possedevi e di cui godevi con tanta naturalezza.”

E così via. C’è la signora che vuole incontrare un suo antico amore e alla fine muore nelle acque dello Zambesi, quella a cui danno come badante un robot umanoide e lei per disperazione, o per dispetto questo non l’ho capito, si butta dal balcone abbracciata al manufatto, durante una serata dedicata ai benefattori della casa di riposo…, quella che ogni martedì incontra un fantasma, perché il lockdown non permette più incontri ravvicinati.

Abbiamo tutti un kitPal nelle nostre credenze. Un KitPal contiene quantità appropriate di morfina a tranquillanti e noi dobbiamo semplicemente inghiottirli, preferibilmente con un bicchiere colmo di gin liscio“.

Insomma una visione della vecchiaia così triste che a me, che sono vecchia, faceva l’effetto di un manuale per la fine prematura della vita. 

Forse è un libro che può servire a chi è giovane e non è ancora entrato in quell’età in cui gli anni che rimangono sono infinitamente meno di quelli trascorsi.

Basta! Ho chiuso il libro e lo riporterò in biblioteca. 

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