377, 834, 010310

Questo è un articolo che Mario Vio aveva scritto per la LUA l’ 8 marzo 2010 (giornata della Donna)

Forse non è ricorrente in LUA titolare un contributo, che ha anche pretese autobiografiche, con un numero, anzi una tripletta di numeri.

Ma, diceva qualcuno, quando ci vuole ci vuole… e per non rubare spazio e attenzione vado a declinare questa successione, precisando che con Lotto e simili nulla ha a che fare.

“377” è il numero del quadro-orario di Trenitalia relativo alla linea Agrigento – Catania, di 194 Km., meglio individuabile  riportando  anche alcune stazioni intermedie: Racalmuto, Canicattì, Caltanissetta Centrale e Xirbi, Enna, Dittaino… Immaginate un ampio paesaggio di colline e altopiani, spesso siccitosi, su cui si snoda, poco visibile, un esile singolo binario.

“834” è il numero attribuito all’Espresso Agrigento – Milano, altrimenti noto come “Freccia del Sud”, il viaggio più lungo che si possa fare in Italia, 22 ore e venti minuti, partendo da Agrigento Centrale (“alta”) alle 15:00 e arrivando a Milano Centrale alle 13:20 del giorno dopo (lasciamo stare i ritardi…).

“010310” è la data significata in termini digitali, come oggi d’uso, e cioè il 1° marzo 2010, l’altro giorno insomma: ed è la data in cui il treno 834 (con il fratello 823, Milano – Agrigento in senso Nord – Sud) è sparito dal quadro 377.

Dal quadro 377? Possiamo piuttosto dire dalla storia d’Italia? Di treni ne nascono e scompaiono molti, in giro per il mondo e soprattutto negli ultimi anni… e scompaiono anche i loro nomi, evocativi, epici, geografici, storici, simbolici…come la Freccia del Sud, ad esempio: che “Freccia” quanto a velocità non è mai stata (si sfiorano i 60 km orari di velocità commerciale), ma è stata per decenni il mezzo per eccellenza che ha collegato l’Italia, e anche, con cambio a Milano, l’Europa dell’emigrazione miserevole e del distacco da terre e affetti, luci e orizzonti…

Dal primo marzo un pezzo d’Italia non c’è più: sarà forse retorico farlo notare, per me è un mix di romantico e di sociale, di storico ed economico che non vorrei dissimulare né minimizzare.

Forse dobbiamo “accontentarci” delle mitizzate più che mitiche “Frecce Rosse, Argento, Bianche” (peccato, se le chiamavano “verdi” avevamo uno spruzzo nazionalista che forse non guastava!) a parte il nome nauseantemente ripetitivo (chiamano così almeno cento treni, per accorciare l’Italia, ma anche per non farla più vedere fra gallerie e velocità alta…).

Resta il fatto che un treno sempre più anonimo e scomodo e lento (già a dicembre con il nuovo orario aveva perso sia il nome che l’unico elemento di relativo comfort, una carrozza cuccette a sei posti di regola torrida d’estate e fredda d’inverno) scompare dalla materialità e si consegna a un improbabile immaginario (via, non stiamo parlando della Flèche d’Or della Costa Azzurra, né dell’Orient Express Paris – Istanbul…!).

Eppure se penso alle false valigie di cartone legate con lo spago, e i fiaschi impagliati d’olio, e i biberon riempiti con l’acqua dei lavabi delle “ritirate” rigorosamente indicata come “non potabile”, se penso alle visite doganali nei muti stanzoni ancor presenti a Chiasso e Domodossola e Ventimiglia e Brennero (Tarvisio è stata distrutta), se penso ai pianti dei congedi al treno in partenza che scoprii nei primi anni ’70 nei miei vagabondaggi ferroviari, se penso alle vite che vi sono transitate in scompartimenti in legno o vilpelle a otto posti (ufficiali), se penso all’impossibile equazione “tot partiti, tot arrivati (ritornati)”, ebbene io penso che la “Freccia del Sud” non sia stata un treno qualunque…

Forse per questo, ed è l’unica notazione autobiografica che mi permetto, sono felice dell’intuizione che ebbi nell’estate del 2008, quando mi decisi nel pieno d’agosto, in condizioni di calore dunque intollerabili, a scendere lungo la penisola con vari treni regionali, via Crotone Roccella Jonica, Modica, arrivando ad Agrigento tre giorni dopo, giusto in tempo per salire su quella cuccetta per rimontare  la Penisola medesima in ventidue ore e venti, arrivo in perfetto  orario (!) nel Ferragosto desertico di Milano Centrale.

 Al mattino dopo la notte di viaggio insonne per il caldo impossibile e l’affollamento ai limiti dell’umana capienza, incrociai verso il WC un’anziana Signora, meridionale, che con passo misurato ma esperto mi aveva preceduto per un dignitoso riassetto dopo notte parimenti travagliata: riuscii, e ne provo un po’ di colpa, a catturare col cellulare la sua immagine nel vestibolo della carrozza che tante volte vide gente, anzi folle,  fare il lungo viaggio in piedi…

Vorrei inserire l’immagine di questa Donna, e dei suoi significati-messaggio simbolici  di disagi e speranze,  almeno nella retrocopertina della mia da troppo tempo annunciata(mi) nuova autobiografia, che dovrebbe titolarsi “Quadri di un’esposizione” (con scuse anticipate a Modesto Mussorgsky).

                                                                                                          Mario VIO

Polesine, 8 marzo 2010 (giornata della Donna)

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