Donatella Di Pietrantonio: “Bella mia”

Ho letto, ma è meglio specificare, ho ascoltato il libro della Di Pietrantonio con un po’ di ritardo rispetto alle indicazioni del gruppo di lettura del GSF. L’ho ascoltato perché in questo periodo  di grande spossatezza, non riesco a concentrarmi e quindi l’ascolto è per me molto più facile.

Naturalmente leggere e ascoltare un libro sono cose molto diverse tra loro,  C’è un coinvolgimento emotivo diverso, c’è la voce della lettrice o del lettore che fa da filtro tra il testo e quello che si percepisce del testo.

Nonostante queste differenze anche ascoltare un libro può essere coinvolgente e dare l’idea di ciò che l’autrice ha voluto dire con la sua opera, il messaggio che ha voluto trasmettere, e il modo con cui l’ha voluto trasmettere.

“Bella mia” non è una generica bella ragazza protagonista del romanzo, ma la città de L’Aquila devastata dal terremoto del 2009. In quell’evento sismico così distruttivo non sono crollati solo edifici, ma si sono aperte crepe profonde nelle persone che l’hanno vissuto.

Di Pietrantonio, abruzzese di nascita, conosce molto bene i luoghi che racconta, ha studiato a L’Aquila e quindi è coinvolta in prima persona nelle vicende della città e dei suoi abitanti. 

Nel racconto delle vicende di Caterina e Olivia gemelle separate dalla morte, di Marco, adolescente orfano dell’amata madre, e della nonna segnata dalla morte di una delle figlie, c’è tutta la disperazione, la disgregazione, la solitudine di ciò che può fare un evento traumatico come un terremoto che distrugge una città.

Quello che ho percepito dalla narrazione, spesso frammentaria, delle vicende, dei sentimenti, dei pensieri che attraversano le vite del nucleo dei protagonisti che raccontano una frattura non solo fisica, ma anche emotiva e devastante, è stato il linguaggio che ha usato la Di Pietrantonio per raccontarci la sua storia.

Un linguaggio in cui le parole, immagino, siano state scelte una a una, aggettivi sorprendenti accostai a vocaboli a cui mai si sarebbero accostati, ma che in quella combinazione rendono tutta la loro essenza.

Già dalle prime righe li troviamo a punteggiare avvenimenti che vengono raccontati con una prosa quasi distaccata che però ci dice che distaccata non è. 

Il linguaggio spesso sa dare senso a quello che si vuole far capire senza tante spiegazioni. Per questo mi piace, e quando leggo i “pomeriggi sfiniti” riesco a capire e a sentire la stanchezza di qualcosa che si fa, ma che pesa molto, oppure il nipote che “inspessisce il panno (della giacca) per rendersi invisibile” una barriera, fragile e nello stesso tempo invalicabile che anche per me a volte ha alzato mio figlio.

Il “tubo ubriaco” dello scarico del lavandino che ha ricevuto il vino donato dl Governo chissà come avrà digerito il liquido  versato col gesto deciso sotto lo sguardo della nonna orfana di figlia? E la descrizione delle case violate “lo specchio rotto che rende il cielo cubista  e i vestiti rimasti a stingere alle insistenze del sole” Immagini poetice se non fossero tragiche… e questo già dalle prime pagine.

Mi sono stancata a un certo punto di annotarmi le parole che mi colpivano durante l’ascolto,  Parole che raccontano una strazio continuo, una mancanza, una ribellione, una rassegnazione, e poi una leggera speranza, perché non si può rimanere doloranti per tutta la vita, I giorni passano, le stagioni si susseguono, le persone un poco si adattano, un poco si rassegnano, e si dispongono ad andare avanti, perché se ci muore qualcuno accanto non è possibile morire con lui,

La perdita di una sorella, specialmente se questa sorella ha condiviso l’utero della madre, è come una amputazione, lo staccarsi di un pezzo di carne, di un muscolo, sia esso il cuore o il cervello. Quello che manca rimane sempre come un arto fantasma che c’è, ma nello stesso tempo non c’è. Lo sentiamo dolere, ma non lo vediamo, perché è tutta un’impressione, una sensazione falsa e ingannevole. Il dolore è vero e percepito, ma non è reale, sta tutto dentro a qualcosa che sentiamo solo noi. Per questo è così difficile estirparlo, strapparcelo di dosso, ritorna sempre.

Ecco, forse non ho detto tanto del libro della Di Pietrantonio, ma ho detto quello che ho sentito ascoltandolo.

E questo è.


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