
Libro corposo, sia in senso fisico che figurato. Un libro denso, compatto, a volte anche troppo prolisso, a momenti noioso, ma anche pieno di contenuti, di personaggi, di storie che si dipanano capitolo dopo capitolo, in paragrafi a volte brevi, a volte lunghi.Un libro che arriva dopo i tanti successi letterari di Carrère, scrittore, io narrante, autore di pagine radicate nella realtà, in cui la fantasia, ma più che fantasia si potrebbe parlare di elaborazione del vero, mette un pizzico di curiosità in quello che scrive.
Kolchoz è una biografia che si intreccia con la propria autobiografia, già narrata in Yoga, scritta per celebrare, e il verbo mi sembra il più adatto, la storia della sua famiglia. Madre russa, erede di espatriati fuggiti alla grande epurazione del 1917, padre piccolo borghese francese, con velleità di ascendenti che si rifanno alla storia; l’aggiunte “d’Encasse” è un vezzo che la famiglia del padre si concede.
Genitori ingombranti, specialmente la madre che è oggetto di una venerazione, mai espressa ma palese. Un complesso di Edipo evidente, una madre amata e ammirata, per i suoi successi, da imitare nella passione per la scrittura, la ricerca storica.
Mi ci sono vista nella narrazione di Carrère, naturalmente all’incontrario: il mio è definito “complesso di Eletta” , nella minuziosa ricostruzione della storia della famiglia materna e poi nell’evolversi della carriera culturale e politica, fino al trionfo e all’apologia culminata nei funerali di Stato.
Il kolchoz del titolo è il ricordo di quando, assente il padre, ai figli era concesso di dormire nella camera dei genitori con una intimità che faceva sentire ognuno vicino all’altro, come succedeva proprio nei kolchoz russi, dove il riunirsi faceva unione e complicità.
E riunione e complicità sono rimaste le parole che corrono per tutto il libro e concludono, chiudendo il cerchio che va dal funerale di stato della madre, alla morte della madre stessa, il principio e la fine, anche se sembra solo fine.
La figura del padre in questa apologia materna, sembrerebbe scomparire, ma non è così, si capisce che non ci sarebbe potuto essere una tale famiglia senza un tale padre, spesso assente fisicamente, è vero, spesso isolato nei suoi interessi, e vero, ma attento osservatore e ricercatore della saga familiare sua e della moglie. È infatti lui che lascia i documenti, su cui il figlio Emmanuel può ricostruire la storia, gli antefatti, le leggende familiari che lo precedono. Un amorevole raccolta di tracce scritte che riescono a ricostruire vite che solo in questo modo non andranno perdute.
Dopo la dichiarazione d’amore alla madre, ecco allora il riconoscimento affettuoso al padre che accanto a siffatta donna non ha mai desiderato superarla, ma si è lasciato in disparte, ombra presente dietro la figura della moglie.
Quale a questo punto è la figura preminente in questo romanzo che parla russo in ogni pagina, ma poi termina con parole d’amore per la Francia e le origini provinciali dei Carrère?
Nessuna, Carrère ci dice, e ci dimostra, che se esiste un grande uomo o una grande donna, dietro di lui o di lei esiste sempre una donna o un uomo che hanno saputo stargli/starle accanto, raccogliere la sua eredità per donarla ai posteri.
Non si deve poi dimenticare di ammirare in questo romanzo familiare la scrittura di Carrère. Quando si legge sembra di sentirlo parlare per quanto naturale è la sua voce, Tutto sembra semplice, anche se non lo è, ogni momento è raccontato con un controllo emotivo che però fa intuire quanto sia stato nascosto, per pudicizia o perché semplicemente in quel momento non va detto.
Per onestà devo dire che ho ascoltato il romanzo in versione audiolibro e la voce del narratore era perfettamente integrata con la storia e rendeva il ritmo del racconto quasi come se si fosse ad ascoltarla attorno al fuoco di un camino come nelle migliori veglie di una volta.
Certo Kolchoz non è una lettura facile, richiede attenzione e concentrazione, perché non è solo un romanzo autobiografico, ma è anche una porzione di storia del ‘900 vista dall’interno di una, anzi due famiglie. La storia, la grande storia la fanno i potenti, ma la vera storia la fanno le persone che la vivono giorno per giorno, che sono modellate dagli avvenimenti, che reagiscono o si lasciano andare, che soccombono o che resistono per poterla poi raccontare.
Un libro potente, a volte non facile, ma necessario, immagino, soprattutto a chi l’ha scritto.
