
Primo libro dei due che vedono coe protagonista Cesare Annunzita, vecchio bisbetico peggio di “Sier Todaro Brontolon” di Goldoni. A Cesare non va mai bene niente, ipercritico su tutto, tanto da essersi alienato anche l’affetto dei due figli che sono gli unici parenti dopo la morte della moglie Caterina, santa donna che lo ha dovuto sopportare per tutti gli anni del matrimonio.
Unico affetto, se così si può chiamare il nipotino che forse suscita in lui la malinconia del tempo passato.
Cesare vive da solo nell’appartamento ormai troppo grande e le uniche persone che frequenta sono i due vicini di casa: Marino – ex collega che si è sepolto in casa una volta rimasto solo come Cesare – e Eleonora, anche lei vedova, “gattara” impenitente. Frequenta però anche Rossana, transitata dal ruolo di infermiera fino a quello di prostituta “fissa”, ma “con una donna, anche quando la paghi, se ti fermi troppo allungo nel suo letto, le cose si complicano maledettamente“.
Il mondo di Cesare si complica quando nell’appartamento accanto al suo viene a vivere una coppia di sposi. Giovani e molto riservati.
La dura scorza di cinismo di Cesare si sgretola piano piano quando conosce Emma, la giovane dirimpettaia, e piano piano le si affeziona, tanto da esserle vicina come un padre affettuoso, quello che non è mai stato. I
l prosieguo della vicenda la lascio a chi vorrà leggerla, ma la storia, sebbene importante e avvincente non è il solo valore aggiunto di questo romanzo.
Quello che mi ha colpito è stato il linguaggio usato per narrare i fatti, la caratterizzazione dei personaggi, la scioltezza con cui Marone racconta una storia attraverso lo sguardo di un vecchio arrabbiato e incupito che si svela a poco a poco tenero e gentile.
Il linguaggio è quasi parlato; quanta perizia ci vuole per far credere che quando si scrive è come quando si parla. Non c’è cosa più difficile, perché scivolare nel banale è facilissimo, invece Marone usa una lingua che solo apparentemente è facile e colloquiale. Ho trovato nel testo tantissimi termini che nel parlato io stessa non mi sognerei mai di usare, ma che Marone rende semplici e immediati.
Altra chicca del libro è la caratterizzazione dei personaggi, a parte Lui, il protagonista, non resta indietro nessuno perché Marone ce li fa vedere proprio come se ce li avessimo davanti agli occhi, pregi e difetti, raccontati con ironia, a volte descritti con allusioni come quando Cesare ha a che fare con la sua vicina gattara e il puzzo che emana il suo appartamento, riempito di randagi da salvare. quando apre la porta di casa. E poi c’è Marino, l’amico di sempre, ora autorecluso dopo la morte della moglie. Compagno di partite a scacchi, silenzioso compagno dei pensieri del protagonista che lo “usa” come psicologo privato.
E poi c’è la forma della scrittura che richiama più un flusso di coscienza, passaggi da un momento all’altro, da un pensiero a un dialogo che è avvenuto primo o dopo, excursus nel tempo per costruire storie che si innestano in quella principale come se fossero sempre state lì.
Quello che ho capito, o almeno mi è sembrato di capire da questo romanzo è che la vecchiaia è uno stile di vita a cui bisogna adattarsi, un modo di vivere che ci costruiamo negli anni precedenti e che ci troviamo a dover mantenere se non vogliamo che le persone che ci conoscono da tanto tempo pensino che siamo completamente impazziti. Non si può derogare, se siamo stati stronzi in età adulta, non si può diventare gentili perché nessuno ci riconoscerebbe, solo chi conosciamo in vecchiaia può entrare nella nostra intimità e conoscere i nuovi noi, quelli che, per sempre, sono stati custoditi per paura o per pudore, perché era troppo complicato rivelarli.
Difesa, paura, si passa una vita a costruirci una armatura che non si può togliere all’improvviso, ci sentiremmo troppo nudi e vulnerabili.
Devo aggiungere che benché il romanzo sia declinato al maschile, molte delle cose che succedono a Cesare potrebbero anche succedere a una donna che cominci a interrogarsi su ciò che è avvenuto nel corso della sua vita. Perché tutta l’umanità invecchia e a un certo punto di sente sola e indifesa e allora digrigna i denti e si difende come può.
Il libro termina con 4 pagine di “mi piace“, perché dirlo, ribadirlo e pronunciarlo a voce alta è il più bel complimento che si possa fare alla vita. Anche da anziani si ama qualcosa o qualcuno, si desidera il corpo di chi ci viene vicino, sia esso donna o uomo, si ammira la natura che periodicamente vive e muore, le stagioni, le età della vita, quelle che abbiamo amato e anche quelle che abbiamo sottovalutato perché la consapevolezza arriva sempre dopo.
La felicità è una tentazione che spesso ci arriva in ritardo, l’importante è che prima o poi arrivi.

PS: Certo dovevo aspettarmelo che questo libro mi piacesse così tanto, l’autore è lo stesso di un altro libro che mi è rimasto nel cuore “La donna degli alberi” letto a marzo del 2023. Qui il link.
PPS: Dopo aver letto il libro, mi è stato detto che ne era stato tratto un film. Film pluripremiato, titolo “La tenerezza” del regista Gianni Amelio. Il film ha vinto nel 2017 il “Nastro d’argento” (il più antico premio cinematografico italiano) come miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista: Renato Carpentieri. Si tratta indubbiamente di un bel prodotto, ma – come ho sempre sostenuto – mai guardare un film dopo aver letto il libro da cui è tratto. In effetti si tratta di un’altra storia, mutuata da quello che succede nel romanzo, ma completamente diversa. A parte il personaggio principale – Cesare – ed Emma, tutto è stato rigirato e mescolato, cancellati alcuni personaggi e introdotti altri, ne hanno fatto un film che solo lonyanamente ricorda la storia del libro. Pazienza, mi sono solo vista un bel film.
