
Oggi all’Antella c’è lo “Svuotacantine”, una giornata in cui tutti coloro che hanno in casa qualcosa di cui liberarsi possono allestire un banchetto per vendere il superfluo.
Sono uscita e mi sono diretta ai giardini dove erano sitemati i venditori, in gazebi o semplicemente sciorinando la propria mercanzia su tavolini o addirittura in terra su teli colorati. Ho avuto subito l’impresione che il mercatino non fosse solo l’occasione di svuotare una cantina una soffitta o una casa dagli oggetti non più utilizzati, ma fosse un vero e proprio mercato di chi ne fa quasi una professione. Troppa roba, per stare in una casa, anche svuotando tutti i cassetti o gli armadi non è possibile che potessero contenere una tale varietà di mercanzia. Evidentemente lo “svuotacantine” è l’occasione per i robivecchi di vendere la merce raccattata vuotando case, magari di persone decedute, di cui figli ed eredi vogliono sbarazzarsi.
Non so se è ancora questo lo spirito dello “svuotacantine” forse adesso sì; in giro si sentivano moltissimi idiomi stranieri, più che vernacoli toscani.
Quando, quasi senza fiato per il caldo arrivato improvviso in questi giorni, mi sono seduta su una panchina all’ombra, si è seduta accanto a me una signora, circa della mia età. È stato quasi naturale mettersi a conversare e mi ha raccontato che anche lei è venuta ad abitare all’Antella in seguito al matrimonio del figlio con una autoctona, e mi ha raccontato che si vedevano in giro tante “badanti” perché essendo domenica sono libere; per loro il mercato è occasione per acquistare soprattutto vestiti da mandare in patria.
Non avevo pensato a questa eventualità e, in effetti, è logico che le donne che lavorano qui da noi come badanti si preoccupino di chi è rimasto a casa nel loro paese, probabilmente la famiglia, i figli affidati ai nonni, mentre loro si fanno “il mazzo” accudendo i nostri vecchi.
In fondo il riciclo di oggetti che non servono più a chi li ha posseduti è una cosa positiva, anche se, pensandoci bene, è molto triste. Un conto è una famiglia che si libera di oggetti conservati in cantina e un altro è affidare non lo svuota cantine, ma lo svuotacasa, a commercianti che senza scrupoli poi ci lucrano, approfittandosi del disinteresse di figli che vedono negli oggetti nelle abitazioni dei loro genitori scomparsi solo “ciarpame ” inutile e non una vita di ricordi.
Nel rientrare ho pensato che anche tutti gli oggetti che popolano la mia casa probabilmente faranno la stessa fine, sciorinati sotto un gazebo in una giornata primaverile, svuotate dell’anima che ora possiedono. Confesso che rientrando mi sono guardata intorno con altri occhi, pensando che quando non ci sarò più nessuno potrà raccontare le storie racchiuse in ogni oggetto.
Mi è venuto in mente che tempo fa ho comperato un libro che si intitola: “Biografie di oggetti, storie di cose”, ne ho anche scritto qui, che mi ha fatto capire la differenza tra l’oggetto che è qualcosa con un’anima e la cosa, sostantivo neutro, che si riferisce a tutto e nulla. Anche un “semplice mercato svuotavantine” spesso può insegnarci qualcosa.
